E.W. Smith / W.G. Sebald=?, un’interpretazione autentica. Intervista a Gianluigi Ricuperati

0
E.W. Smith / W.G. Sebald=?, un’interpretazione autentica. Intervista a Gianluigi Ricuperati
di Giorgio Specioso

In una precedente lettura di E.W. Smith / W.G. Sebald=?, attribuivo al racconto di Gianluigi Ricuperati la dote della generosità: “un testo che premia la rilettura. Più ci si torna sopra più si scoprono nuovi significati”. Ho dunque creduto di individuare tre livelli di lettura: un racconto in senso stretto; una riflessione sul ruolo del lettore; un workshop teso a realizzare un’Opera costituita dalla fusione fra due diverse forme artistiche, parola e immagine. E però E.W. Smith / W.G. Sebald=? è uno scritto dalla struttura complessa, una "casa degli specchi" nella quale per orientarsi bisogna attingere ai propri strumenti. Da qui il timore di aver frainteso il lavoro di Ricuperati, al quale ho chiesto un’intervista che sia interpretazione autentica del suo racconto.

Racconto

D. Credo sia possibile leggere come un'unica frase il sottotitolo del tuo scritto e la sua chiusura. Proviamo: “Un progetto non realizzato di indagine sulla relazione instabile tra parole e immagini. Sarebbe così bello se uno di voi, cinque lettori, prendesse anche solo una di queste idee sul serio – e realizzasse almeno una delle cose che ho solo marginalmente iniziato a pensare.” Il tuo scritto potrebbe dunque essere interpretato, dall'inizio alla fine, come il concept di un workshop destinato al lettore?

R. Sì. È un percorso fatto di istruzioni, una specie di gioco mentale, o qualcosa di non dissimile da un gioco mentale. Un gioco, un vincolo, un insieme di istruzioni e possibilità di seguirle oppure no, o modificarle, o giustificarle. Il problema è come legare in un nodo interpretativo due soggetti estetici distanti - Sebald e E.W. Smith, in questo caso: una specie di operazione di divisione, come se il primo potesse essere il divisore del secondo, o viceversa. È un gioco ripetibile e rinnovabile da altri, naturalmente.

D. Quali i tuoi suggerimenti per il lettore che si cimentasse nel progetto di una relazione tra parole e immagini?

R. Gli Atlanti warburghiani, i libri di Geoff Dyer, l'Hypnerotomachia Poliphili.

D. Quali scrittori italiani potrebbero aprirsi con successo a un libro dove parole e immagini siano in stretta relazione?

R. Ce ne sono diversi, probabilmente. Faccio un solo nome, per la sua curiosità onnivora: Chiara Valerio.

D. In Austerlitz, le immagini lavorano in modo evocativo - e quindi sulla parte emozionale del lettore - oppure come prova documentale – e quindi sulla parte più cerebrale del lettore stesso, che si interrogherà: sto leggendo fiction o non fiction?

R. Sta leggendo letteratura. Sta leggendo fiction. Credo che questo dibattito su realtà e finzione e generi letterari non conservi più alcun sapore autentico, come certi cibi o certi vini, col tempo. Mi viene in mente un verso di Pale Blue Eyes dei Velvet Underground: She said money is like us in time. It lies but can't stand up

D. Con Austerlitz è uno scrittore, Sebald, ad avvicinarsi alle immagini. L'operazione inversa in cui un fotografo partisse dalle immagini per avvicinarsi al testo sarebbe ugualmente percorribile?

R. Sì. È anzi un doveroso magnifico suggerimento. Bisogna sempre ispirarsi ai processi che appartengono ad altri codici espressivi, diversi dal proprio.

D. Nell'opera fiume Shoah, Claude Lanzmann documenta la realtà dei campi di concentramento attraverso nove ore di testimonianze filmate. La tesi di Lanzmann è che le immagini d'archivio non possano raccontare la Shoah come invece può la parola dei sopravvissuti. Diversamente, nel suo lavoro Immagini malgrado tutto, il filosofo e storico dell'arte Georges Didi-Huberman opta per una forma storiografica che accosti immagini e parole: si parte da quattro fotogrammi scattati ad Auschwitz per sviluppare un'originale riflessione sulla memoria. Possiamo dire che Immagini malgrado tutto, lavoro del 2004, si inserisce nella visione sebaldiana di stretta relazione fra immagini e testo?

R. Assolutamente sì. Anche se sinceramente non sento più grande interesse o eccitazione per tutti i discorsi che contengono la parola “memoria” dentro di sé. Qualche anno fa ho pubblicato un piccolo libro da Bollati Boringhieri, il cui sottotitolo è La memoria è vuota. Ecco, credo si tratti di una condizione ideale.

commenti

ci sono 0 commenti per questa news

Scrivi

I commenti offensivi verranno automaticamente rimossi
Il testo del tuo
commento
Nome / nickname
Indirizzo email
( non verrà pubblicato )
Il tuo sito