Sul racconto Polvere e non solo. Intervista a Sergio Garufi

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Sul racconto Polvere e non solo. Intervista a Sergio Garufi
di Giorgio Specioso

Ho letto il romanzo Il nome giusto (Ponte alle Grazie, 2011) e subito ho deciso di contattare il suo autore, Sergio Garufi. Gli ho chiesto di contribuire alla rubrica Racconti, e lui ha accettato. Ne è venuto fuori un testo, Polvere, dal quale emerge la passione di Garufi per l'arte e la letteratura. In questa breve intervista, lo scrittore ci parla di Carlo, il misantropo protagonista del suo racconto, di un quadro di Salvatore Falci che Garufi ha realmente posseduto, di come sia nata la sua passione per l'arte, dell'autobiografismo (con licenza) che caratterizza il suo lavoro.




D. Carlo, il protagonista del tuo racconto, abita in una città in cui "a pochi piace stare" e che viene descritta "[con un] clima infame che dura nove mesi l'anno, con [un] cielo basso e grigio che schiaccia ogni cosa, anche i pensieri". Eppure, di questa stessa città, Carlo dice: "Io non mi trovo male". Chi è Carlo?

R. Carlo è un po’ misantropo. Vive col suo cane, col quale ha un rapporto quasi simbiotico, nonostante ne sia allergico. Per questo non soffre la solitudine, e in una città che si spopola ci sta tutto sommato bene, come chi si considera veramente in vacanza solo quando gli altri vanno in vacanza.

D. Leggendo il tuo romanzo Il nome giusto, mi sono fatto l'idea che, dal punto di vista artistico, tu abbia una formazione classica. Quando è nata la tua passione per l'arte? Come si è trasformata nel corso degli anni?

R. Sono un autodidatta. Cominciai a interessarmi all’arte verso i 14 anni, quando mio padre, che aveva lo studio di avvocato in via Manzoni 12 a Milano, cioè dov’è il Museo Poldi Pezzoli, mi faceva andare lì nei pomeriggi oziosi di giugno e luglio durante i quali la scuola era chiusa. In quella wunderkammer io feci il mio apprendistato all’arte. Poi non seguii quella vocazione, rimase un hobby che coltivavo nel tempo libero.

D. L'arte contemporanea ti appassiona quanto quella classica?

R. No, molto meno. E quando un artista contemporaneo mi interessa particolarmente tanto da volerlo approfondire è quasi sempre per quanto di moderno vi è in lui. Penso a Damien Hirst e la tradizione del tema della vanitas, o Botero e Piero della Francesca, soprattutto il dittico degli Uffizi con i faccioni di Federico da Montefeltro e sua moglie che si dilatano fino a occupare quasi tutto lo spazio disponibile, relegando molto lontano sullo sfondo dei ritagli di paesaggio da miniaturisti. O ancora Igor Mitoraj e le sculture classiche, con le mutilazioni questa volta inferte dallo stesso autore anziché dal tempo.

D. Allo svelamento della personalità di Anna, la donna che Carlo comincia a frequentare, contribuisce il quadro "Luogo di culto" di Salvatore Falci. Ti va di raccontare quest'opera?

R. È un quadro che ho posseduto realmente. Lo inseguii per dieci anni prima di potermi permettere di acquistarlo. Mi piaceva il fatto che avesse più livelli di lettura: quello immediato di ossimoro, nel gioco di contrasti colore-non colore, liscio-scabro; e quello più profondo che cristallizza il tempo, debitore di infinite suggestioni, dal ready made duchampiano alle trasposizioni verticali delle tavole di Spoerri.

D. Stai lavorando a un nuovo romanzo?

R. Sì, ho un contratto sempre con Ponte alle Grazie per un secondo romanzo. Sono ancora in una fase embrionale nonostante lo abbia firmato 9 mesi fa perché le mie gestazioni in genere sono lunghe ma poi la stesura è abbastanza veloce. È che devo averlo ben chiaro in testa in ogni dettaglio prima di cominciare.

D. Alcuni elementi del racconto - l'amore per i cani, la motocicletta, l'interesse per la letteratura - ricorrono anche nel tuo romanzo Il nome giusto. Sono parte della tua vita? Sono parte della tua poetica? Li ritroveremo anche nel tuo prossimo lavoro?

R. Sì, sono parte della mia vita. Io scrivo solo con forti ispirazioni autobiografiche, sebbene poi mi conceda parecchie licenze. Il cane nel romanzo rappresentava due forti aspirazioni del protagonista: la pura gioia di vivere e l’amore incondizionato, quello che non aveva mai sperimentato. Nel racconto allude anche a quanto ciò che amiamo ci possa far male (l’allergia di Carlo). Non so se li ritroveremo nel prossimo libro. La letteratura sì, nel senso che il protagonista è un traduttore, ma non poteva essere altrimenti. I libri sono una parte costitutiva della mia identità, nel bene e nel male. 

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