Arte di luce per il Vajont

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Arte di luce per il Vajont
di Monica Mazzitelli

Quasi mezzo secolo è passato dalla tragedia del Vajont: il 9 ottobre 1963 la vita di quasi duemila persone viene cancellata dalla forza devastante di una massa di acqua e detriti che travolge una vallata sconvolgendone l’esistenza con un lutto talmente enorme da averne assorbito quasi ogni altra capacità di sopravvivenza. Ed è su questo che Dolomiti Contemporanee ha posto il suo accento artistico e riproduttivo, germogliativo, proponendo un’istallazione come un segnale di vita e di luce: un fascio potente, al crepuscolo, ha illuminato quel muro di cemento intatto e inutile; statico, morto, silente.

È molto difficile lambire il dolore di chi custodisce collettivamente un evento così madornale e soverchio. Anche dopo 50 anni resta sempre una comprensibile gelosia del lutto, che rende dolorosa qualsiasi narrazione “esterna”. Forse l’unico modo di entrare senza far male, disarmati, è quello di usare l’arte per comunicare, per incidere senza scalfire, per suturare i tagli: è probabilmente lì il senso di questa istallazione luminosa dell’artista Stefano Cagol voluta da Dolomiti Contemporanee per il Nuovo Spazio espositivo di Casso, di cui ci siamo già occupati qui. Il titolo di questo progetto è “La Fine del Confine/The End of The Border: the Start” e porta in sé tutto il desiderio non di nascondere un passato od obliarlo, ma di dargli una vita nuova, una possibilità di manifestare la propria essenza con volto contemporaneo, creativo nel senso più etimologico del creare, l’arte per un ponte di luce. A maggior ragione in questo caso, dove il fascio luminoso di 15 chilometri dopo aver colpito il 5 marzo Vajont e il 6 marzo la Parete Sud della Tofana di Rozes (Cortina d'Ampezzo) – icona montana patrimonio Unesco – non resta congelato lì, contro la diga, ma continua un percorso: la luce accesa a Casso come una fiaccola olimpica di speranza attraverserà tutta l’Europa per approdare cinquemila chilometri più a nord, alla Triennale di Barents, che si terrà a Kirkenes, città norvegese del Circolo Polare Artico.

Chiediamo a Gianluca D’Incà Levis, direttore di Dolomiti Contemporanee, qual è stata la genesi di questo evento culturale, e con quale intento l’ha scelta.

Alcuni degli elementi principali del “movente culturale” di The End of the Border sono già ben evidenziati nella tua introduzione. Vorrei fornire qualche altro spunto: Dolomiti Contemporanee sorge, sin dal suo inizio, come un progetto che opera attraverso le arti visive, e l’arte contemporanea in particolare, per ideare, e realizzare, una serie di  immagini rinnovative, rispetto al territorio, ed alle sue “emergenze”. Innovativo, ideativo, creativo, sono termini equivalenti, termini che hanno a che fare con la mobilità, di pensiero e d’azione, ovvero termini che rifiutano di ammettere il predominio delle inerzie, dei cliché. L’arte è questo, in definitiva: una riflessione, che trae spunto dai fatti, dalla storia, dalle cose, e che al tempo stesso ricodifica di continuo, rifiutandosi di accettare le immagini statiche, le ripetizioni. In questo senso, “contemporaneo” non è un aggettivo temporale: contemporaneo vuol dire critico, e critico vuol dire vivo, cioè non passivo.

Questo genere di concetto, passa in ogni progetto di Dolomiti Contemporanee, compreso The End of the Border.

Da alcuni mesi, lavoriamo nel Nuovo Spazio di Casso, un centro espositivo, che occupa l’edificio di una ex scuola, che fu danneggiata, e chiusa, proprio dalla Tragedia del Vajont, nel 1963. L’idea di riaprire questo Spazio, trasformandolo, non accettandone la chiusura (perenne), è in fondo la stessa che ci ha portato a lavorare con Stefano Cagol su The End of the Border. Il raggio di luce sulla diga offre una metafora, semplice, diretta, forte, che però non ha nulla di sguaiato, ed è silenziosa. La luce è la vita. E la luce della vita ha molto senso in un luogo segnato dalla morte. La morte non va accettata, non ne va accettato il dominio, il governo, intendo. In questo senso, riaprire l’ex scuola per farne un centro d’azione vitale (cioè d’arte), e voler creare un’immagine di luce che superi la passività di fronte alla morte, è la stessa cosa.

Vorrei essere ben inteso, su questo punto. La nostra convinzione è che a nessun genere d’inerzia (morte) vada concesso il diritto di divorare la vita. La storia del Vajont è terribile. È la storia personale di alcuni uomini, la storia del dolore privato delle persone che subirono quel fatto. In queste storie personali noi non entriamo. Nessun uomo può insegnare a un altro singolo uomo come gestire la propria intimità profonda, di fronte a fatti quasi incommensurabili. Ma questa storia è anche una storia totalmente pubblica, che appartiene all’uomo, all’umanità intera, e non ad alcuni uomini soli (lasciati soli), costretti a diventarne gli unici custodi tormentati (ancora una volta soli). Rispetto alla dimensione pubblica di quell’evento terribile, proporre un’opera pubblica, cioè un modello di azione condivisa, è plausibile, e giusto. Io non credo affatto che questi luoghi debbano rimanere, per sempre, i luoghi della Tragedia, della sola Tragedia. Ci deve essere la possibilità di un’identità contemporanea, per questi luoghi. C’è un’opzione di libertà. La morte non potrà abitarli, incontrastata, per sempre, questi luoghi. Essi possono, direi debbono, poter essere altro da quello. Senza che ciò voglia dire, naturalmente, dimenticare. Fare la luce non equivale in alcun modo a dimenticare. Nessuno che abbia senno dimentica. E nessuno che abbia senno e coraggio cessa di vivere perché la Tragedia venne. L’uomo vive, e deve voler vivere.

Si possono cicatrizzare le ferite attraverso l’arte?

Noi, come ho già detto, siamo convinti che l’arte sia una cosa molto seria. Un modello di riflessione, un processo, mentale e fisico, che l’uomo può attivare, qualora voglia occuparsi delle cose, pensarle, studiarle, capirle, e poi agirle, modificarle, in modo che le cose non siano ferme. Se l’uomo non è fermo, le sue cose non saranno immobili. L’arte è positiva, ed utile, perché approfondisce, e crea avanzamenti di senso (adattamenti propulsivi). L’arte non è un prodotto finito. Non è né una cosa, né un oggetto, né tantomeno un’opera fatta per esser contemplata. Forse l’arte non è nulla, se non l’uomo che si ribella alla morte (perfino quando egli ama la morte). In questo senso, essa è un processo critico deliberato, ovvero l’opposto di una rassegnazione. E, come attitudine a un’azione sensibile e intelligente, l’arte è, appunto, utile. Come tale, essa non potrà, da sola, cicatrizzare le ferite, ma potrà rifiutarsi di accettare il predominio della sofferenza, e le estetiche esistenziali tumulative, e in questo rifiuto c’è una rivendicazione potente dell’essere. Il potenziale reale di un processo artistico si misura attraverso due indicatori: la forza poetica e la concretezza progettuale. Se queste due caratteristiche coesistono, l’opera costituisce un innesco, dal quale è possibile che scaturisca una nuova reazione di spinta. E la spinta, spinta in avanti, è ciò in cui noi sempre crediamo.

Raccontaci come sono andate queste prime due giornate di “luce” a Casso e a Cortina.

La diga del Vajont è quell'oggetto che sappiamo, muto, immobile, impenetrabile; martedì sera il raggio di luce l'ha scavalcato; ha scavalcato la chiusura simbolica di questo altissimo muro di cemento, indifferente a tutto (la diga resse il colpo, a differenza della montagna che cedette, dei paesi che furono cancellati, e dell'uomo, ed è lì oggi, esattamente come 50 anni fa); il fascio di luce non è stato indirizzato su di un punto preciso: importante era che andasse oltre quel coronamento, il fuoco è stato messo all'infinito, oltre la diga, e anche oltre Longarone; il furgone, con a bordo il faro e il sistema di alimentazione, è stato posizionato un centinaio di metri a monte della diga. Il raggio ha colpito forte; la luce era potente, ma silenziosa; l'impatto di un'opera d'arte pubblica in un luogo ultrasensibile, l'impatto di un'immagine che vuole rinnovare; ma quest'immagine, pur così forte, era leggera, scia luminosa sospesa nell'aria, nessun rumore, un'immagine accesa ma statica, nessuna corsa, nessun grido, un ponte. Il giorno dopo, a Cortina, nevicava, c'era molta nebbia: la Tofana non si vedeva, il raggio bucava lo spazio bianco, e a un certo punto vi si perdeva, la nebbia e i fiocchi lo assorbivano e lo espandevano nelle rifrazioni e il raggio, penetrando con difficoltà nel quasi-muro, si raccorciava e gonfiava, prendeva un corpo massivo, non era più solo una lunghezza, ma anche una forma espansa, diventava massa, una massa quasi globulare, e per due ore la neve ha attraversato il fascio, giocandovi sopra, e il fascio spanciato non era fisso, come la sera prima, ma mosso e dinamizzato dalla precipitazione continua nel ritmo costante-cangiante della caduta. Eppure, dietro, la Tofana c'era, intatta, come intatta era ed è rimasta l'IDEA della performance, del travalicamento, degli sconfinamenti. Ora Stefano Cagol sta partendo per il nord; dopo le prime due tappe-origine dolomitiche, "progettate" da Dolomiti Contemporanee, cambia ritmo, il suo viaggio diventa il raggio: il furgone va, oggi farà 600 chilometri, e stasera sparerà probabilmente in un luogo non ancora definito della Germania; le tappe iniziali hanno sviluppato il potenziale di senso dell'evento: le prossime tappe saranno più istintive, il fascio attraverserà l'Europa fluidamente, lo spazio, e il tempo si dilatano; al suo ritorno, tra oltre un mese, presenteremo il lavoro, ti dirò presto come, forse un passaggio a un festival di cinema, con un video on-the-road.

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