Vite de' più eccellenti pittori, scultori, e architettori dopo gli anni zero. Marco Morici

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Vite de' più eccellenti pittori, scultori, e architettori dopo gli anni zero. Marco Morici
di Lorenza Lorenzon

(Induzione temporale a ritroso). Lorcan O'neill. Via degli Orti d'Alibert. Io, Marco Morici, il secondo bicchiere di vino, di qualità inferiore al primo (vedi nel prosieguo). Collezionisti, critici, curatori. Pietro Ruffo. "Irhal, Irhal", il suo grido in quest'ultima personale. Scritte d'oro sulle cartine geografiche dell'Egitto, della Tunisia e del Bahrain. La stupidità delle demarcazioni politiche. L'ammirazione per Alighiero Boetti. E poi Giorgio Galotti, gallerista, amico, generosa istintività.

Un parcheggio sul Lungotevere. San Giovanni. Pigneto. Vineria. Primo bicchiere di vino (vedi sopra). Studio di Marco Morici.

Vita di un architetto, scultore, grafico, vj, attore, performer ma non pittore. O meglio, non ancora.

L'eccletticità di Morici mi sovrasta immediata. Più del freddo, che sembra, però, essere presupposto imprescindibile dell'atto creativo. Fatico a comprendere, ma del resto io non sono un architetto, scultore, grafico, vj, attore, performer né tantomeno pittore. Rompiamo il ghiaccio, e non mi riferisco alla convenzionale espressione utilizzata per indicare l'iniziativa di chi prende per primo la parola - anche perché è uno scontro tra titani – bensì al primo capitolo di questo incontro: la scultura. Marco parla d'ipnosi da forma. Siamo di fronte ad un profilo di montagna in scala. Dall'affezione per la montagna come massa gemma la sua attenzione sull'iceberg. Una riflessione embrionale che muove da ciò che è celato, ossia il volume della parte sottostante dell'iceberg, la più estesa. Il direzionamento – della conversazione asmatica quanto dell'opera - è dato dall'ossessione di Morici per il compasso nautico. Sono d'accordo con lui sull'estrema semplicità di un elemento nel dare un orientamento all'iceberg.

Non mi addentro in Sigmund per paura di palesare il mio combattuto approccio con la talking cure. Mi estranio. Figuro quella linea immaginaria che Freud chiama Soglia di coscienza e che suddivide l'iceberg in due blocchi. Il più piccolo, formato dalla punta, ovvero dalla nostra parte cosciente; il più grande, nascosto, che simboleggia invece la nostra parte non cosciente. Conscio e Inconscio. E Preconscio, ossia la Soglia di coscienza, nella quale ci sono quei ricordi che prima erano coscienti e che, ora, stanno cadendo lentamente nella parte dell'Inconscio. Disorientamento. Ausilio del compasso. Da qui si parte nuovamente a ritroso. Monte Porzio Catone. Le Stanze delle Attese, la prima personale a cura di Cornelia Mattiacci. Tre installazioni che si snodano lungo tre ambienti del museo del Vino. La Stanza del Parto. E di nuovo Cornelia. E il contatto con Giorgio Galotti per la mostra Ossidiana. Il dialogo artistico con Ignazio Mortellaro. Ma mi distraggo. Nuovamente. Nessun compasso stavolta. A cornice, sul muro, un cervo disegnato sulle pagine di un libro. Gli anni dell'educazione tecnica, questo il titolo dell'opera. Marco mi racconta di aver trovato questo manuale di educazione tecnica per le scuole medie degli anni Settanta ad Urbino, complice una bancarella. A lui interessa il confronto tra il disegno del cervo e le tavole tecniche sullo sfondo. A me – dopo aver immaginato una surreale conversazione tra Morici e l'urbinate Raffaello Sanzio, degna della miglior sceneggiatura di un film di Wes Anderson – interessa capire se i suoi studi universitari di Architettura siano stati, per alcuni versi, castranti. Tesi non confermata, o meglio solo in parte. "Un limite può esserci", dice Marco, ma subito mi sottolinea l'importanza dello studio sullo spazio per capire come muoversi, e come muovere le opere. Ed è facile persuadere una che soffre di lateralizzazione confusa, dettata dalle "convenzioni" destra e sinistra.

A destra - che forse è sinistra - barre per armature di cemento armato, calcestruzzo alleggerito, ardesia avanzata da lavori di ristrutturazione del bagno di casa di un suo collezionista.

Parliamo della collaborazione con gli Oblivious Artefacts, progetto di sperimentazione visiva e musica elettronica tra Berlino, Roma e Palermo. Un nuovo capitolo: la musica. Di nuovo Ignazio Mortellaro. E quattro vinili di musica completamente ambientale, composta da dj che solitamente però suonano tecno. L'opera ha tiratura limitata. La sezione vj introduce il capitolo perfomance. E i cinque anni di compagnia teatrale. Ma essere attore non è bastato a Marco.

Vita di un architetto, scultore, grafico, vj, attore, performer, ancora non pittore ma potenziale regista. Il linguaggio della danza contemporanea. In gestazione la regia di una performance con ballerine fuori-sincro ed un coreografo. Leit-motiv l'erosione.

Altra gravidanza. Crystallization, progetto presentato per una residenza in Francia. L'idea è di mappare il luogo della residenza, cercando raccordi tra luogo e abitante tramite il "materiale", una catalogazione. L'artificiale come manifestazione del naturale.

Capitolo conclusivo: la mia epifania. Marco mi mostra suoi interventi su vetro graffiato. Deve ancora capire come esporle. Ma io le trovo estremamente evocative. Le ha realizzate solcando la superficie con un seghetto ed una riga. Polvere di vetro, ossia la creazione di un materiale tramite il gesto. Le contrasto con la luce. Tracce di eloquente matericità.

Decidiamo di uscire. Primo bicchiere di vino. Vineria. Pigneto. San Giovanni. Un parcheggio sul Lungotevere. Via degli Orti d'Alibert. Galleria Lorcan O'neill.

Appendice: Io, Marco, un amaro in attesa di Colapesce. S'illumina, la notte poi s'illumina. Si spengono i cartelli luminosi e piove luce intorno a noi. M'illumino, mi vesto insieme all'ombra tua. Programmo le mie ore per l'accumulo di luce insieme a te. M'illumino, la notte non c'è stata mai. O forse c'è. E' malinconia#13. Una performance di Marco Morici.



 


 

 
 

 

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