Scrittori e finestre. Intervista a Matteo Pericoli

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Scrittori e finestre. Intervista a Matteo Pericoli
di Giorgio Specioso

Windows On The World è la rubrica che Matteo Pericoli, artista e architetto, pubblica per il blog della rivista the Paris Review. Il sottotitolo della rubrica è "A series on what writers from around the world see from their windows", e i singoli post si compongono di testo e immagini. Di volta in volta, Matteo Pericoli disegna la finestra - infissi compresi - della stanza di uno scrittore, il quale arricchisce il disegno con una breve descrizione. L'idea dell'artista - milanese di nascita, newyorkese di adozione, e che ora vive a Torino - si fonda sulla convinzione che lo scrittore maturi un forte legame con la finestra della sua stanza. L'intuizione trova conferma quando, ad esempio, Tim Parks, scrittore inglese trasferitosi a Milano, nel post a lui dedicato racconta: "Do I pull up the shutter before my cappuccino or afterward? That’s the first decision of each new day".


D. Come nasce l'idea della rubrica Windows On The World?

R. Dopo la pubblicazione nel 2009 del mio libro "The City Out My Window: 63 Views on New York", la questione della vista dalle finestre invece di concludersi lì si è aperta ancor di più. Infatti, durante gli anni di ricerche di finestre a New York mi accorsi che gli scrittori finivano per essere spesso le persone che più delle altre erano legate alle loro viste (in senso sia positivo che negativo). Un po' come me. Forse perché il lavorare sempre allo stesso tavolo, il guardare (spesso senza vedere) fuori dalla finestra a intervalli più o meno regolari, il sentirsi bloccati in una stanza con una sola apertura verso l'esterno, tutto ciò fa sì che quando ci si sofferma e ci si concentra su quello che si vede da quel buco si fanno molte scoperte. Così nel 2010 proposi al New York Times di creare una rubrica mensile che per un anno raccontasse ciò che si vede dalle finestre di scrittori in giro per il mondo. Finito l'anno al New York Times, la rubrica poi passò al blog del Paris Review, dove continua ancora ora.


D. W.G. Sebald con Austerlitz, Leanne Shapton con Importanti oggetti e memorabilia, Geoff Dyer con L'infinito istante, e così via. Sempre più sono gli esperimenti letterari-artistici nei quali testo e immagine si alleano per formare un oggetto unico, nuovo. Si potrebbe dire che la sua rubrica si inserisce in questo filone?

R. Non saprei, è possibile. Anche se io non penso a questa rubrica come a un particolare esperimento letterario-artistico. E non saprei nemmeno quantificare quale sia l'incidenza di questi esperimenti, nel senso che in un modo o nell'altro forse sono sempre esistiti, solo che ora ce ne si accorge di più. Chissà. Per me è un modo per cercare di capire come percepiamo, cosa vediamo e cosa pensiamo quando ci soffermiamo, appunto, di fronte a un "oggetto" così comune (la vista dalla finestra) con cui passiamo così tante ore della nostra vita. Inizialmente ciò che mi interessava erano solo le viste e i disegni delle viste ("includo la cornice o non includo la cornice?" "come la disegno?" "e come si disegna una vista?" "qual è il punto di vista?"). Poi mi sono reso conto che le linee sono sì in grado di raccontare, ma a un certo punto devono intervenire le parole. L'idea fortunata del libro sulle viste di New York fu proprio quella di chiedere ai proprietari delle finestre di scrivere due righe sulle loro viste. Lì si aprì un mondo nascosto tra le righe (e per "righe" qui intendo proprio le linee dei disegni). Le linee e le parole producono racconti complementari. Si intersecano. Ci sono circostanze nelle quali il mescolare due discipline crea una terza disciplina che è più della somma delle due. Come in questo caso. Non c'è nulla di forzato.


D. Nel racconto L'anima non è una fucina, lo scrittore David Foster Wallace immaginava una finestra dotata di una rete metallica anti-vandalismo che suddivideva la veduta in 84 piccoli riquadri "che sembravano proprio le strisce [...] che racchiudono i fumetti, gli storyboard dei film [...] e affini [e che porta] a costruire fantasie narrative lineari". Lei trova in questo passo un'analogia con il concept della serie Windows On The World?

R. Direi di sì. Sto iniziando a lavorare in questo periodo al libro che dovrebbe uscire alla fine dell'anno prossimo e che raccoglierà le viste uscite finora più molte altre inedite. Nel pensare al libro, oltre all'ovvia idea di raccogliere tutto, ci siamo accorti con la casa editrice che, al contrario dell'uscita mensile, la possibilità di consultare in sequenza le finestre e leggerne i testi uno dopo l'altro crea un nuovo racconto, una nuova "fantasia narrativa", una storia comune di cui si percepiscono elementi che prima - con le uscite periodiche - sfuggivano. E quindi l'ordine delle finestre e il come verranno raggruppate avranno un profondo effetto sul futuro libro. Esattamente come suggerisce lei: è come se le tante viste da in giro per il mondo finiranno per essere ognuna un riquadro della finestra immaginata da DFW.


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Le immagini sono tratte da qui: the Paris Review

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