Jeff Wall al PAC di Milano

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Jeff Wall al PAC di Milano
di Lorenza Lorenzon

Una cantina, What Did I Do To Be So Black and Blue di Louis Armstrong, 1369 lampadine illegalmente allacciate alla corrente elettrica. La malinconia e la disillusione di un ragazzo nero, ridotto a uno spettro vagante, raccontata dallo scrittore statunitense Ralph W. Ellison in The Invisible Man - suo unico romanzo pubblicato in vita - rivista attraverso gli occhi e l'obiettivo dell'artista pioniere della fotografia concettuale, Jeff Wall. After "Invisible Man" by Ralph Ellison, the Prologue 1999-2000 è purtroppo assente tra i quarantadue lavori esposti al PAC di Milano - dopo il Moma di New York e la Tate Modern di Londra - per la prima retrospettiva italiana, dedicata al fotografo canadese, e a cura di Francesco Bonami. 



Ma la mostra offre comunque un approfondito panorama sul percorso dell'artista, dal 1978 ad oggi, attraverso le visioni di oltre 20 lightbox, cornici d'alluminio retroilluminate, grandi come quelle usate per le insegne pubblicitarie o piccole come quelle appese negli studi medici per esaminare le radiografie, e che Wall usa come visori per le sue diapositive fuori misura. Come Mimic, del 1982, dove l'artista ripropone in chiave contemporanea la composizione di Gustave Caillebotte: nella rivisitazione il borghese in cilindro e gilet a braccetto con la moglie, in una giornata di pioggia del 1877, si trasformano in un riottoso con una smanicata camicia jeans su maglietta arancione, che tiene la mano ad una donna, non più in gonna lunga fino a coprire le caviglie, ma in pantaloncini rossi. E nell'attualizzazione Wall aggiunge un passante orientale, contro il quale l'uomo alza il terzo dito, giocando sull'ambiguità di un gesto del tutto casuale o frutto di pregiudizi razziali. 



C'è tempo fino al 9 giugno per visitare Actuality, per immergersi nella luce, nei movimenti, e per comprendere l'uso che Wall fa della storia dell'arte e del cinema per descrivere il mondo nelle sue foto. La storia dell’arte come modello, ma anche come dialogo, che si tratti della pittura impressionista o di un rimando all’astrattismo di certe composizioni di Mondrian (Diagonal composition, 1993).



Scrive Bonami: "Wall decide di costruire le sue immagini fotografiche come si costruisce un quadro. È il primo degli artisti contemporanei che useranno la fotografia per capire che il mezzo a loro disposizione ha un futuro nella storia dell'estetica solo se si metterà a confronto con la pittura. Ma il confronto che Wall sceglie non è con i propri coetanei ma con i maestri della pittura Moderna. Jeff Wall diventa, parafrasando il titolo del saggio del 1863 di Charles Baudelaire, "il fotografo della vita contemporanea".

Wall osserva quanto avviene attorno a lui ma non fotografa quello che accade mentre accade: preferisce alla poetica del carpe diem la decisione estetica del lasciar sedimentare il quotidiano nella sua memoria, per poter poi inscenare una ricostruzione dell'estemporaneità profonda, accuratissima, fatta di giorni e settimane di prove e shooting. Come Insomnia, lightbox del 1994, dove la frustazione di un uomo straziato dall'insonnia, sdraiato sotto il tavolo della cucina, è riprodotta fedelmente dall'autore in studio o come After 'Spring snow' by Yukio Mishima, chapter 34, rimando letterario all'intima e poetica atmosfera dello scrittore giapponese, che cattura una donna intenta a riporre le sue preziose scarpette in uno scuro loculo nero di lavoro. 



 






Jeff Wall. Actuality

19 marzo – 9 giugno 2013
PAC – Via Palestro 14, Milano 

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