BcomeBiennale 2013: parte prima

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BcomeBiennale 2013: parte prima
di Chiara Mezzalama

Venerdì sera, ore 11.30, scendo dal treno insieme alla mia amica Annalaura Spalla; siamo pronte per il nostro “tour giapponese” alla 55esima Biennale di Venezia, edizione 2013: 42 ore di libertà, senza figli né mariti. Alla stazione l’odore lagunare ci accoglie come una vecchia conoscenza. C’è uno sciopero nazionale dei trasporti locali ma non so perché non avevamo incluso i vaporetti nella categoria “trasporti locali”. Eppure. Aspettiamo sul molo che giunga la mezzanotte. La sola vista dell’acqua ci conforta. È come entrare in un’altra dimensione spazio temporale. Arriva la linea notturna che ci porta in Giudecca, fermata Palanca. Il dondolio della barca ci accompagna fin dentro il giardino odoroso della casa di Filippo Anfuso, un vecchio amico di mio padre, veneziano d’origine, diplomatico nella vita.

Come faccio sempre nelle case d’altri guardo la libreria. Sfilo dallo scaffale “La sposa americana” di Mario Soldati, edizione Mondadori. La fascetta gialla dice: tutti parlano di questo amore. 4 edizioni, 100.000 copie. Un libro del 1977, avevo 5 anni. Inizio a leggere e non riesco a smettere. Mio padre e Filippo si sono conosciuti in America, lui era console a Cleveland Ohio, Filippo era a Philadelphia. Era la fine degli anni cinquanta. È strano pensare a loro due, giovani e scapoli, non molto diversi dal protagonista del romanzo. Leggendo mi sembra di intromettermi in cose che non mi riguardano ma proprio questo interdit mi spinge ad andare avanti. Devo costringermi a spegnere la luce, domani sarà un lungo giorno.

La Biennale di Venezia, per i non addetti ai lavori come me, è un Luna Park. Vai a divertirti senza sensi di colpa, perché è Arte! Venezia vestita a festa è bellissima, anche se il vaporetto delle nove e mezza del mattino è già stracarico di turisti, bambini, valige, carrozzine, sudore, veneziani spazientiti. Fa caldo e siamo tutti schiacciati in cabina. Non si respira.

Scendiamo alla fermata Arsenale e camminiamo un po’ per ritrovare la città, i campi, le calli, la toponomastica fantastica di questa città che ogni volta mi sorprende, come fosse un miracolo ritrovarla al suo posto. Suscita in me uno stupore infantile. Un vecchio annaffia i gerani in giardino ascoltando Eros Ramazzotti a tutto volume, una signora stende i panni, qualcuno cala un cesto dall’alto, i barchini fanno manovre nei canali; è strano pensare alla vita quotidiana in un luogo dove ogni gesto non può essere dato per scontato.

Entriamo nell’Arsenale dove nella prima stanza ci accoglie il plastico del Palazzo Enciclopedico, che dà il titolo alla Biennale d’Arte. Una torre di centotrentasei piani che il signor Marino Auriti nel 1955 depositò all’ufficio brevetti di Washington e che avrebbe dovuto diventare un museo immaginario per ospitare tutto il sapere dell’umanità. Sono gli stessi anni in cui mio padre e Filippo Anfuso erano negli States. Anni in cui era possibile inventarsi una vita nuova, sperare ingenuamente di poter catalogare ogni cosa, racchiudere l’universo in un museo.

L’utopia e l’assurdità del gesto mi commuove, forse ha fatto lo stesso effetto al curatore della mostra, Massimiliano Gioni, che si esprime così: “L’impresa rimase incompiuta ma il sogno di una conoscenza universale e totalizzante attraversa la storia dell’arte e dell’umanità e accomuna personaggi eccentrici come Auriti a molti artisti, scrittori, scienziati e profeti che hanno cercato – spesso invano – di costruire un’immagine del mondo capace di sintetizzarne l’infinita varietà e ricchezza. Oggi, alle prese con il diluvio dell’informazione, questi tentativi di strutturare la conoscenza in sistemi omnicomprensivi ci appaiono ancora più necessari e ancor più disperati.”

Non male come dichiarazione di intenti.

E ancora: “Sfumando le distinzioni tra artisti professionisti e dilettanti, tra outsider e insider, l’esposizione adotta un approccio antropologico allo studio delle immagini, concentrandosi in particolare sulle funzioni dell’immaginazione e sul dominio dell’immaginario. Quale spazio è concesso all’immaginazione, al sogno, alle visioni e alle immagini interiori in un’epoca assediata dalle immagini esteriori? E che senso ha cercare di costruire un’immagine del mondo quando il mondo stesso si è fatto immagine?”

Chi è artista e chi non lo è? Chi è dentro e chi è fuori? Siamo già entrate nello spazio filosofico enciclopedico.

Sull’Isola di San Giorgio, davanti alla chiesa, c’è la riproduzione color lilla della gigantesca scultura di Marc Quinn “Allison Lapper Pregnant”, una donna focomelica, senza braccia, in una fase avanzata della gravidanza. Un pugno nell’occhio. Non mi piace: fare leva sul ribrezzo in mezzo a tanta bellezza appare un’operazione démodée.

Ma torniamo al Palazzo Enciclopedico. Molti degli artisti in mostra sono autodidatti e il lavoro viene mostrato nel tempo, non singole opere dunque ma evoluzioni, come se il tempo fosse il primo grande catalogatore. La vita straordinaria degli artisti in mostra sembra un altro criterio di scelta, biografie incredibili che si intrecciano con la storia delle opere, molte scaturite da rivelazioni, epifanie, a seguito di eventi sconvolgenti, traumi, sogni e allucinazioni. E in questo stato allucinato attraversiamo le sale dell’arsenale, piene di tutto (video, fotografie, quadri, sculture, installazioni, rumori, musica…) e di quel tutto, non tutto è bello. Classificazioni, tassonomie, accumulo. Alcuni artisti, come Cindy Sherman ad esempio, sono stati invitati a proporre a loro volta dei musei immaginari, scegliendo altri artisti, in una spirale caleidoscopica (che non a caso è il logo della mostra) e che assomiglia sempre di più ad un labirinto nel quale smarrirsi.

Molto bella la videoinstallazione di Camille Henrot, classe 1978 dal titolo: “Grosse Fatigue” 2013, vincitrice del Leone d’Argento. La storia del mondo raccontata attraverso l’aprirsi di pagine di Google e il sovrapporsi di immagini e parole suggestive, che producono associazioni mentali interessanti.

(to be continued)

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