BcomeBiennale 2013: parte seconda

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BcomeBiennale 2013: parte seconda
di Chiara Mezzalama

Parte prima.

Uscendo nel sole bollente, dopo aver attraversato numerosi padiglioni, l’abbaglio meraviglioso del bacino dell’Arsenale. Sull’acqua ferma, immobile e atemporale, tra la gigantesca gru e i magazzini del rimessaggio, c’è una barca blu con una vela latina bianca. È l’installazione di un artista finlandese. In silenzio salgono sulla barca sei musicisti con strumenti a fiato e un capitano in divisa. La barca si mette in movimento, lentamente, come fosse spinta dalla musica. Annalaura ed io ci guardiamo e senza dircelo ci diciamo che valeva la pena di arrivare fin qui per questo momento.

Dopo l’intermezzo musicale continuiamo il nostro viaggio attraverso la Biennale. Eccoci nel padiglione italiano, curato quest’anno da Bartolomeo Pietromarchi. Certo dopo l’esposizione precedente, una delle cose più brutte che abbia mai visto, non potremo che essere positivamente colpite. E in effetti al primo impatto è così. Vice Versa mette a confronto 14 artisti di generazioni diverse, 6 stanze e un giardino. La mostra è stata in parte finanziata attraverso il crowdfunding, con l’idea di una partecipazione dal basso. Alcune opere sono interessanti ma è come se nell’insieme il padiglione mancasse di vitalità e di coraggio. Sembra il riflesso di questo paese stanco e sfiduciato. La definizione migliore l’ha data Annalaura, “Maria Antonietta prima della ghigliottina!” Ecco, questa è l’impressione. Se si considera un’opera d’arte l’erogazione di oli essenziali… (d’accordo è la metafora dell’intossicazione da polvere di amianto ma sembra una presa in giro!).

E poi accanto c’è il padiglione cinese. Le opere esposte possono non piacere ma hanno una forza espressiva imparagonabile. Ormai siamo in preda alla sindrome di Stendhal, camminiamo da ore, senza mangiare, senza bere. Ci accorgiamo che sono le quattro del pomeriggio. Ogni volta ci ripetiamo che è il caso di fermarci ma poi c’è sempre qualcosa che attira la nostra attenzione come le fotografie di Wang Qingsong. L’artista è seduto all’ingresso del padiglione come fosse un custode qualunque. Scomposto, porta delle ciabatte ma probabilmente è milionario. Le sue installazioni fotografiche sono il risultato di un lunghissimo lavoro di preparazione e hanno una carica di denuncia fortissima, come ad esempio “Temporary Ward” con trecento volontari trasformati in pazienti di pronto soccorso, o “Follow him”, venti tonnellate di libri stipati in una libreria, lasciati un anno a prendere polvere e sporcizia e che si interroga sul problema dell’educazione e della competizione in Cina. Mentre guardiamo il making of di una delle installazioni, la legenda si stacca dal muro. Cerchiamo di rimetterla al suo posto senza successo. Il signor Wang si avvicina e ci prova anche lui, senza successo. Si crea così una buffa situazione al termine della quale decidiamo di comprare il catalogo del padiglione cinese (tre libretti per i tre artisti esposti con la copertina di seta rossa, bianca e verde!) e di farcelo firmare. Il mercato cinese, ecco l’unica speranza!

Soddisfatte ci spostiamo nel Giardino delle Vergini. Ormai definitivamente nella pazzia, come molti artisti, ci accorgiamo di quanto siamo affamate quando, entrando in una delle torri di guardia, troviamo l’installazione di un artista brasiliano che ha girato mezzo mondo. Sono esposti gli oggetti che hanno accompagnato il suo vagabondare, tra cui un pacchetto di patatine che sembra quasi nuovo, sigillato e che per un istante pensiamo di consumare. Se ne accorgerebbe l’artista? Forse sarebbe contento di aver sfamato due visitatrici.

Lentamente torniamo verso casa, incontriamo degli amici con i quali beviamo una birra, poi riprendiamo il vaporetto per la nostra isola. Ceniamo au bord de l’eau, lungo le Fondamenta della Giudecca. Molto romantico. Una coppia passeggia. Notiamo il vestito di lei che davanti è normale, nero, attillato ma dietro ha una scollatura che arriva fino all’incavo del fondo schiena. Il dialogo tra me e Annalaura è all’incirca così:

“Ma secondo te, lei porta le mutande?”

“Forse un tanga a vita bassa?”

“Secondo me non esiste un tanga a vita così bassa.”

“Ah no? Quindi lei gira senza mutande?”

“Forse alloggiano all’Hilton al Molino Stucky.”

“Probabile.”

“Scusi cameriere, ci porta un altro bicchiere di vino bianco?”

“Quanti anni avrà lei meno di lui?”

“Almeno venti. È un trofeo di caccia.”

“E quanto costa una notte in una suite del Molino Stucky?”

“Cinquecento? Ottocento?”

“All’ultimo piano c’è una piscina panoramica spettacolare.”

 

Ah Venezia…

Leggo altre cinquanta pagine di Mario Soldati.

 

Alle nove e trenta dell’indomani mattina, siamo già sul vaporetto. Direzione Giardini. Ma prima di arrivarci ecco che ci si para davanti la nave da crociera della Costa. In mezzo alla laguna è più alta delle cupole delle chiese. È un’immagine scioccante per la sua violenza. Per la sua assurdità. Non trovo le parole.

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