Art as terapy

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Art as terapy
di Marianna Frattarelli

Se si sostituissero le didascalie delle opere d’arte museali con post-it grandi come fazzoletti, e se in luogo delle solite informazioni vi fosse la possibilità di inserire un commento, la passeggiata al museo si trasformerebbe in una seduta terapeutica.



La capacità dell’arte, al pari della musica o della letteratura, di fare da specchio alla nostra emotività inespressa non è esattamente un’intuizione originale, ma forse per la prima volta questa lezione trova un’applicazione pratica: la collezione d’arte del Rijksmuseum (Amsterdam, Olanda) è stata riorganizzata in base alle teorie di Alain de Botton e del filosofo e storico dell'arte John Armstrong, entrambi autori del libro Art as terapy; questa, infatti, è la scritta al neon che campeggia all’ingresso del museo.

Aggirandosi nelle sale del museo, e anche all’esterno, i visitatori sperimenteranno un approccio psico-terapeutico su 150 opere, che vanno dal Medioevo al 20° secolo, compresa la mostra di dagherrotipi per i quali una nota, su una grande etichetta gialla, ci suggerisce ciò che le immagini suscitano: ci troviamo in "una delle stanze più tristi del museo. Si potrebbe desiderare di piangere". Perché? Le persone nelle foto sono morte. Ugualmente, di fronte alla Ronda di Rembrandt potremmo distogliere lo sguardo perché “la scena troppo affollata potrebbe farci desiderare la stanza vuota”, commenta il post-it riguardante l’opera.
Fino al 7 settembre.



 



 

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