Playing to the Gallery

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Playing to the Gallery
di Marianna Frattarelli

Playing to the Gallery è il titolo dell’ultimo libro di Grayson Perry, edito da Particular Books. Per certi versi è una love letter to the art world come lo definisce l’autore stesso nelle ultime pagine, che è anche l’artista vincitore del prestigioso Turner Prize nel 2003; un breve accenno biografico per dire che Perry conosce l’art world, o come diremmo noi il Sistema dell’arte, da almeno qualche decennio e che la sua visione dell’establishment – artisti, musei, critici, collezionisti, dealer – è disincantata, anche quando veste i panni femminili del suo alter ego Claire.



Sir Perry, dopotutto è un inglese, offre una sua definizione di art world: un modello occidentale di fare arte e cultura e che concerne tutto quel che si trova in musei quali la Tate Modern, o nelle gallerie private, a Londra come nel resto del mondo sviluppato; nelle case dei collezionisti, per strada, negli ospedali o tutt’intorno agli eventi live; si può estendere la definizione di art world fino a comprendere i rituali e le persone che presenziano agli opening di mostre e fiere come Frieze o Basel, o la Biennale. È un mondo chiuso dove molte volte l’escluso è il pubblico. Eppure i musei hanno ancora bisogno di visitatori se non altro per attingere a contributi statali e il pittore che disegna le folle ha più probabilità di assurgere al pantheon degli artisti – sentenzia con ironia Sir Perry.

 

Il capitolo più bello è quello che si genera dalla domanda: how do you become a contemporary artist? Per rispondere Sir Perry mette al centro la sua esperienza. Come Dorothy de Il Mago di Oz – personaggio che calza a pennello se indossa la parrucca di Claire – Perry è diventato artista riconosciuto dal Sistema quando lo è diventato sul piano esistenziale, cioè trovando se stesso, “finding myself”, elemento che ha a che fare con la capacità di trasformare|esprimendo alcuni nodi traumatici della propria vita. E prende a raccontare l’aneddoto legato alle sculture di grasso e feltro di Joseph Beuys.

Il libro non ha la pretesa di rispondere alle domande che pone quanto di innescare delle riflessioni senza sciogliere il dilemma su ciò che è arte e ciò che non lo è. E comunque possiamo sempre appellarci alla regola “Non deve piacere tutto", come citava il cartello che il curatore Alan Bennett volle fuori alla National Gallery.

 

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