L'Arte contemporanea è Open?#1

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L'Arte contemporanea è Open?#1
di Marianna Frattarelli

Sono al tavolo davanti allo schermo del Mac che mi sorride. Ho fatto una pausa ascoltando su youtube un po' di musica mentre l’acqua per il tè andava sul fuoco. Stoppo velocemente per correre a riempirmi la tazza, e quando torno il fermo immagine della cantante mi accoglie con un sorriso. Che si ride?! - penso. Forse dovrei riprendere a lavorare.

Tutto quel che so sugli open data, più o meno gira intorno alla definizione degli stessi: dati accessibili e liberamente riproducibili. La Fondazione Musei di Torino - la prima istituzione italiana Open, cioè che libera contemporaneamente i dati riguardanti le collezioni dei quattro musei civici torinesi – mi fornisce una definizione migliore. Leggo:

gli open data sono gruppi di dati liberamente accessibili e riusabili senza limiti di brevetto o altre forme di controllo. Il potenziale si esprime soprattutto attraverso il loro riutilizzo, la loro ridistribuzione, la possibilità di «mescolarli» con altre fonti aperte, per creare quel valore che si traduce in nuove applicazioni software, servizi, prodotti”.

Tra i musei che gestisce la Fondazione c’è anche la Gam, la Galleria Civica di Arte Moderna e Contemporanea.
La mia tazza di tè è ancora fumante. Scanso la bustina e tento di sorseggiarlo mentre scorro la lista dei metadati della collezione Gam; nell’elenco ci sono solamente opere del XIX secolo. Di strettamente contemporaneo nulla perché i dati sono liberati con la licenza CreativeCommons Italia 3.0, che prevede la loro riproduzione e distribuzione anche con fini commerciali.



La Gam e gli altri musei della Fondazione sono entrati a far parte nel circuito della rete OpenGlam, che promuove l'accesso libero al patrimonio culturale digitale tenuto da gallerie, biblioteche, archivi e musei, quali il British Museum e la Tate Gallery di Londra, o il Rijksmuseum di Amsterdam, per citarne alcuni.  
La Tate, ad esempio, condivide metadati con licenza CC0 che si legge Creative Commons Zero Public Domain, rinunciando cioè a tutti i diritti d'autore e diritti connessi o simili che si detengono sulle opere. Parliamo in numeri: 70.000 opere e 3.500 artisti. Dalla licenza sono però escluse le immagini per le quali il trattamento è soggetto alla distinzione tra l'uso non-commerciale (consentito) e commerciale.




Le informazioni circa le opere della collezione sono espresse in un linguaggio informatico chiamato .json che viene comunemente utilizzato per la condivisione e l'elaborazione dei dati “riposti” e messi a disposizione tramite GitHub, il che significa in soldoni avere una descrizione delle opere – titolo, data, numeri di catalogazione, medium, soggetto, e altro ancora elencato tra virgolette e parentesi – senza appeal narrativo, solo dati riguardanti dati. Ma il bello arriva adesso, cosa fare di questi metadati? La risposta nel prossimo post.

 

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