L'Arte contemporanea è Open?#2

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L'Arte contemporanea è Open?#2
di Marianna Frattarelli

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La mia capacità di resistere di fronte una pagina di metadati è pari a quella di fissare il sole: devo distogliere lo sguardo. Però c’è chi ha un atteggiamento esattamente opposto. Oliver Keyes, analista informatico, afferma di essere a suo agio con i metadati della Tate Collection più che con le opere d’arte in essa compresa; in particolare, l’osservazione dei dati demografici riposti in Github gli sono utili per ricondurre la collezione a una “questione di genere”: gli artisti uomini sono più prolifici o comunque presenti nella Tate Modern con un maggior numero di opere. Pescando nello stesso archivio dati, si può visualizzare anche quali siano i movimenti artistici più toccati dalle opere esposte, oppure rappresentare graficamente i dati relativi al formato delle opere in cornice ottenendo un diagramma che non ha nulla da invidiare a un'opera Optical. La Machine Imagined Art di Shardcore, invece, rimescola tutte le schede descrittive pertinenti la collezione per crearne alcune nuove, relative a opere immaginarie



Nella mia tazza sono rimaste tre dita di tè ormai freddo. L’ultima mezz’ora sono rimasta attaccata al Mac e ho cliccato ogni genere di link generando un affollamento di schede aperte lungo la barra superiore della finestra, metafora di tutti i collegamenti che si sono attivati nella mia testa. Mentre cònstato di essermi persa nella navigazione, approdo alla pagina del Rijskmuseum, istituzione olandese esemplare: nel 2011 ha intrapreso un graduale percorso di “liberazione” delle immagini della sua collezione con il marchio Public Domain. Ma questa è un'altra storia per un altro post.

 

 




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