L'ultima intervista di Matisse

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L'ultima intervista di Matisse
di Marianna Frattarelli

Rinvenire in una scatola di cartone la trascrizione dell’ultima intervista ad Henri Matisse è come trovare un passaggio segreto nella tappezzeria di gusto francese di un’abitazione d'epoca. Posso quasi immaginare la scatola che, poco verosimilmente, è decorata con i “ritagli” di Matisse, come se il contenitore si fosse impregnato delle circa 3000 parole del suo contenuto. Sarà forse che l'intervista di Jerome Seckler a Matisse risale a quando l’artista stava allestendo sulle pareti color sabbia del suo appartamento, al 132 Boulevard Montparnasse, a Parigi, la laguna immaginaria in seguito divenuta Oceania, The Sea e Oceania, The Sky. Tutto iniziò con il ritaglio di una rondine su carta bianca, consegnata alla sua infermiera notturna per coprire una macchia sul muro. Matisse era malato.

 

È il 5 agosto 1946. Jerome Seckler, un giovane soldato americano con la passione per l'arte moderna, ha già incontrato alcuni dei più importanti artisti francesi dell'epoca: Matisse è sulla sua lista.  

La prima domanda che Seckler pone al maestro fa leva su un punto controverso nell’arte: l'importanza del soggetto nella pittura. Matisse esita, il quesito è complesso. Poi, fa di una semplice dichiarazione uno dei punti salienti dell'intervista:

«The subject is myself and what I see.»

Matisse pone al centro della propria pittura la sua personale esperienza. Ma Seckler, pungente, ribadisce che per alcuni pittori francesi il soggetto non ha alcuna importanza. E ancora lo stuzzica, tanto da spingerlo sulla difensiva, quando ne sottolinea la ripetitività nella scelta dei soggetti, che girano intorno a fiori e donne. 
Allora il maestro risponderà:

«It is not the subject which counts. The subject puts you on the road, but it doesn't count.»

Dopotutto sulle pareti sabbia della sua abitazione stava filtrando i ricordi di Tahiti, dove aveva veduto una vegetazione diversa, dove l'aria era pura, senza polvere, e dove i pesci erano di tutti i colori. Una dichiarazione che nasce anche dall’esigenza di rispondere alla provocazione di Seckler, che criticava la figura dell’artista di studio.

 

 

L’intervista non vuole essere compiacente, così mi pare: tocca tema politici, come quando affronta il tema del ruolo dell’artista nella società, e si sposta poi su territori più tecnici, chiedendo della teoria del colore,  del ritmo,  e della forma. Le risposte di Matisse sono specifiche e illuminanti il suo lavoro: in merito al colore, l’artista afferma di non usarlo secondo una teoria, l’applicazione piuttosto si fonda  sulla sue proprietà sonore e sulla capacità di creare risonanze, come nella musica; sul rapporto tra forma e colore, invece, Matisse, stringendosi le mani, in segno di complementarità, afferma che sono come un uomo e una donna.

Verso la fine dell’intervista Matisse si concede qualche dichiarazione sull'arte americana. Ha visitato gli Stati nel 1930, si è fermato a New York, Philadelphia e Los Angeles, prima di salpare per Tahiti da San Francisco.  In questo frangente Matisse sembra prevedere l'ascesa degli espressionisti astratti: "cattivi ragazzi" che avevano bisogno di affidarsi pesantemente all'"istinto" di produrre un lavoro in una cultura che non aveva una tradizione pittorica profonda (almeno, per Matisse, rispetto alla Francia). 

Non mancano, però, momenti di ironia, come quando Seckler parlando dell’influenza sulla nuova generazione di pittori, suggerisce a Matisse di aver cambiato il corso della pittura, e lui di tutta risposta: "Non è colpa mia. Non l'ho fatto apposta. "

L’intervista è pubblicata dall'Observer Design Group in 3 parti. The Observer Design Group ha ottenuto la trascrizione dal figlio di Jerome Seckler.

Henri Matisse: The Cut-Outs è in mostra fino al 10 febbraio presso il Museum of Modern Art, New York.  

 

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