Il colore nell'epoca della riproducibilità tecnica (Par.1)

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Il colore nell'epoca della riproducibilità tecnica (Par.1)
di Marianna Frattarelli

Dicevamo: l’intera natura si rivela attraverso il colore al senso della vista. Ora affermiamo, seppure in certa misura ciò possa suonare singolare, che l’occhio non vede alcuna forma, in quanto soltanto chiaro, scuro e colore stabiliscono insieme ciò che distingue un oggetto dall’altro e la parte di un oggetto dalle altre. Sulla base di questi tre momenti costruiamo il mondo visibile rendendo così contemporaneamente possibile la pittura, capace di creare sulla tela un mondo visibile assai più compiuto di quanto possa essere quello reale”[1] 

Goethe, Farbenkreis zur Symbolisierung des menschlichen Geistes- und Seelenlebens, 1809

Tradizionalmente, o meglio potremmo dire fisiologicamente, al colore è riconosciuto un potere discriminante. Lo dice Goethe e ancor meglio lo spiega Rudolf Arnheim[2], che lo indica come il potere di distinguere gli oggetti tra loro in modo da organizzare la visione. Tornando a Goethe, distinguendo tra chiaro, scuro e colore lo scrittore compila una tavolozza semplificata della percezione visiva che tende, però, a ogni passo verso la differenziazione dei colori, a complicarsi e questo va letto anche in rapporto allo sviluppo culturale. Una prova? Siamo passati dal concetto di tavolozza a quello di palette: quella Pantone, il noto marchio che è divenuto oramai uno standard nella gestione dei colori per la grafica, ne conta più di migliaio di sfumature.

Gerhard Richter 180 Farben (180 Colors), 1971

Gerhard Richter, pittore tedesco (1932), conta precisamente 1024 colori nell’omonima opera del 1974. Egli parte dai tre colori primari (rosso, giallo e blu) cui aggiunge del bianco e nero (grigio) per ottenere gradazioni e variazioni di luminosità che permettano di ottenere schemi di colori contenenti 16, 24, 256 e 1024 tonalità. 

Per rappresentare tutte le sfumature di colore esistenti in un dipinto, ho ideato un sistema – a partire dai tre colori primari, più il grigio - che ha reso possibile una suddivisione continua (differenziazione) attraverso gradazioni uguali. 4 x 4 = 16 x 4 = 64 x 4 = 256 x 4 = 1,024. Il moltiplicatore 4 era necessario perché volevo mantenere in un rapporto proporzionale costante la dimensione dell'immagine, la dimensione e il numero dei quadrati. Usare più di 1.024 tonalità (4.096 per esempio) mi sembrava inutile perché la differenza tra una sfumatura e l'altra non sarebbe più stata percepibile"[3].



To be continued.





[1] W. Goethe, La teoria dei colori, a cura di R. Troncon, Il Saggiatore, Milano, 1979

[2] Rudolf Arnheim, Arte e percezione visiva. Feltrinelli,

[3] https://www.gerhard-richter.com/it/quotes/subjects-2/colour-charts-8





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