L'UTOPIA FUORIUSO

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L'UTOPIA FUORIUSO
di Simone Ciglia


                                  Paolo Angelucci (photo), FUORIUSO IN OPERA 7Luglio-7 Settembre 2012_ Pescara  

Ci sono parole che hanno una data di nascita e un padre (certo): utopia è una di queste. Con questo titolo veniva dato alle stampe nel 1516 a Lovanio un libello firmato da Thomas More. Vi si racconta di un viaggiatore che, tornato in patria, portava con sé il racconto di un'isola sconosciuta, abitata da una società organizzata in una perfetta felicità. A fronte di questi dati biografici certi, tuttavia, la neonata utopia portava con sé interrogativi circa la sua natura: che cos'era realmente? Un progetto proposto per essere effettivamente attuato? O piuttosto si trattava di un ideale irrealizzabile? O ancora una critica al proprio presente? Dalla nascita infatti questo termine - di origine greca - aveva oscillato tra due diverse etimologie, a seconda del prefisso che si anteponeva al termine topos (luogo): nel primo caso la particella ou (non), stava a significare non-luogo, e quindi un ideale inattuabile nella realtà; nel secondo radice l'avverbio eu (buono) metteva invece l'accento sulla perfezione e la felicità di questo posto.
Da allora utopia è diventato un termine palinsesto, che nel corso della storia ha subito una serie infinita di riscritture, variando sempre il suo significato, a seconda dei tempi e dei luoghi.
Altrettanto innumerevoli sono stati i tentativi di tradurre l'utopia nella realtà. Fuoriuso può essere annoverato tra uno di questi. Esso potrebbe essere definito un'utopia temporanea, che si materializza a distanza di tempo e in luoghi diversi. Qui l'arte riconquista luoghi abbandonati del tessuto urbano, dei non-luoghi cui viene riacquistata una dimensione topica attraverso l'arte. Tutta l'arte in fondo è portatrice di una promessa utopica, mirata all'edificazione di una forma di felicità per l'essere umano.
L'edizione 2012 di Fuoriuso - la XIX dall'inizio del 1990 - è affidata a Giacinto di Pietrantonio, uno dei curatori che maggiormente hanno forgiato l'identità della mostra curandone quattro edizioni. Il luogo scelto è Opera, un progetto architettonico di Mario Botta: spazio non propriamente "fuori uso", ma piuttosto "pre-uso", essendo un complesso residenziale e per uffici ancora in costruzione, che prima della sua destinazione d'uso viene battezzato con l'arte. Per una felice coincidenza il nome di questo luogo fornisce già una chiave di lettura - forse l'unica possibile - della mostra. Quest'ultima infatti non si pone sotto alcun titolo, non sviluppa nessuna tematica, non rappresenta alcuna tendenza. Accoglie piuttosto gli artisti al di là di criteri generazionali, di provenienza geografica, di appartenenze a movimenti. Insomma rinuncia programmaticamente a qualsiasi possibile categorizzazione. L'accento quest'anno viene posto, appunto, soltanto sull'opera d'arte: troppo spesso offuscato dalle elucubrazioni della critica, oppure forzato nei suoi intenti espressivi da volontà estranee, o ancora costretto all'interno di categorizzazioni, il lavoro torna qui al centro del discorso dell'arte. Le esperienze espositive più recenti testimoniano d'altra parte, l'impossibilità di offrire oggi una qualsivoglia cartografia dell'arte contemporanea, racchiudendo in una mostra temi o tendenze. Così quest'anno lo spazio di Fuoriuso è abitato dai padri nobili dell'avanguardia (Marinetti) e della neo-avanguardia (Beuys, Cage, Chiari), dagli esponenti di alcuni dei principali indirizzi del secondo novecento - Fluxus (Chiari), Pop (Schifano), Arte Povera (Pistoletto, Prini), Arte relazionale  (Tiravanija) - e artisti al di fuori di qualsiasi classificazione (De Dominicis), presenza dagli Occidenti (Familiari, Lowe), Orienti (Cai Guo Quiang) e dai Sud del mondo (l'Albania di Paci e Xhafa), uno sguardo glocal che spazia dal territorio (Candeloro, Fato, Lullo, Sarra, Spalletti) e si allarga fino a offrire un diorama dell'arte italiana, con figure più consolidate (Garutti, Salvadori), mid-career (Airò, Favelli, Umbaca, Vitone) o recenti (Calignano, Matteucci). Nello spazio di Fuoriuso in Opera tutte queste diverse presenze - passate e presenti - sono condotte alla coesistenza in una unità di tempo e di azione, possibile solo nello spazio dell'utopia. Forse l'arte è la sola utopia possibile.


                                  Paolo Angelucci (photo), FUORIUSO IN OPERA 7Luglio-7 Settembre 2012_ Pescara



                                 Paolo Angelucci (photo), FUORIUSO IN OPERA 7Luglio-7 Settembre 2012_ Pescara

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