Polvere
di Sergio Garufi

“Polvo serán, mas polvo enamorado.”

 Francisco de Quevedo

 

 

    A pochi piace stare in questa città. È per via della crisi, che ha svuotato le fabbriche e i negozi, e pure per il clima infame che dura nove mesi l’anno, con questo cielo basso e grigio che schiaccia ogni cosa, anche i pensieri. Io non mi trovo male, la vita costa poco. Difatti campo dignitosamente con un lavoro pagato quasi quanto un hobby, grazie anche al fatto che la casa dove sto l’ho ereditata dai miei, non ci devo pagare un affitto e mi fa anche da ufficio. Son due stanze: uno studio-soggiorno, poi la camera da letto, il bagno con la vasca e un cucinotto stretto e lungo. Si trova al secondo piano di un palazzo degli anni Sessanta, del tipo signorile decaduto, con la facciata mezza malandata perché non ristrutturano da decenni. Son quasi tutti pensionati che tirano la cinghia. Basta dire che io ho quasi 50 anni e sono il più giovane, oltre che l’unico single. Gli altri a malapena li saluto. L’unico vero contatto ci fu all’inizio, un giorno di pioggia, quando il vecchio del primo piano con un alito mortifero mi consigliò di non salire in ascensore col cane bagnato che faceva cattivo odore. Gli risposi di pensare al suo di cattivo odore e da allora mi ignora risentito.                                           

   Nello studio traduco dallo spagnolo. Ho un contratto di collaborazione continuativa con alcune case editrici romane. Grazie a loro pago le bollette e la spesa. Di solito si tratta di saggi storici e biografie, ogni tanto qualche romanzo sudamericano, ma pochi. In questo momento sto lavorando a un epistolario enorme, più di mille lettere di Julio Cortázar, in pratica l’autobiografia che non scrisse. La maggior parte son degli anni 50, quando viveva a Parigi e faceva l’interprete per l’Unesco. Allora la vita costava niente. Lui lavorava un paio di settimane e poi staccava e se ne andava in vacanza da qualche parte per altre due settimane. Girò tutta l’Europa così, fra pullman, treni e autostop. Io non mi schiodo da questa casa da tre anni, da quando ci morì mia madre. Mollai il monolocale dove stavo in affitto e mi ci trasferii due mesi dopo il funerale. Portai poche cose mie, quelle a cui tengo di più: il letto, i libri e qualche quadro, il resto lo buttai.

    Oltre all’appartamento da mia madre ereditai Tito, un cagnolino di cinque anni col pelo fulvo dalla vaga somiglianza con un pitbull, ma col muso meno schiacciato. Non pensavo di tenerlo, sono allergico al pelo degli animali. Chiesi al veterinario ma nessuno lo voleva, e nel giro di poco il bastardo mi fregò con le sue moine, finì che mi ci affezionai. Ora stiamo sempre insieme, abbiamo un rapporto simbiotico. Dove vado io viene anche lui. Quando faccio la spesa al Carrefour lui mi aspetta legato all’entrata, se lavoro si acciambella sul tappeto ai miei piedi, la sera vedo la tv e mi si accuccia contro, perfino la notte stiamo sullo stesso sul letto. I suoi bisogni scandiscono le mie giornate: portarlo fuori è la prima cosa che faccio appena alzato e l’ultima prima di addormentarmi.                                                                   

   “Andiamo” è l’abracadabra. Quando la sente scatta come una molla e si mette sull’attenti: lo sguardo fisso su di me e le orecchie dritte in attesa che esegua presto i gesti per uscire. Se esito dopo averla pronunciata mi viene vicino scrutandomi coi suoi occhi chiari e inclinando la testa da una parte e dall'altra finché non mi alzo. Nella frenesia di quei momenti si agita come se stesse partendo per un lungo viaggio, come se si aspettasse chissà che avventura pericolosa. Per me le tre volte che lo porto fuori ogni giorno sono routine, per lui è qualcosa in cui rischia la vita. Considerato che ogni giro dura circa venti minuti, forse li vive come la sua ora d’aria, la passeggiata del detenuto. Il giro è studiato per attraversare quanto più verde possibile. Quella è l’unica logica che regola lo spostamento: farlo stare in mezzo all’erba, ad annusare gli odori e a pisciarvi sopra. Si cambia percorso solo quando piove, allora resto il più possibile sotto i portici costeggiando le aiuole; perché Tito non caga sull’asfalto, a modo suo è beneducato. I gatti sono in cima ai suoi pensieri, sembra che viva solo per dargli la caccia. In subordine vengono i piccioni, cui cerca di fregare il pane che alcuni gettano dai balconi, e durante l’estate le lucertole, che ha imparato a stanare sui muretti assolati e alle quali stacca volentieri la coda a morsi per poi abbandonarle agonizzanti. Al rientro a casa dal giro, nei momenti di attesa dell’ascensore, Tito si volta verso di me e scodinzola felice dello scampato pericolo. Mi piace portarlo fuori, non lo sento come un dovere. Poi prendere un po’ d’aria mi fa bene, mi schiarisce le idee sulle traduzioni. Senza il cane uscirei pochissimo, solo per le cose indispensabili. Il bello però è quando non ho pensieri di lavoro. Allora, mentre Tito perlustra il suo terreno di caccia, io vivo altre vite piene di mille soddisfazioni, in cui sono un ricco e famoso direttore editoriale circondato da belle donne. Quelle piccole fantasie mi ricaricano a tal punto che a volte allungo il giro e mi spingo fin sotto il cavalcavia della tangenziale, quasi non volessi più tornare a casa.

   Proprio lì sotto, una domenica pomeriggio dell’anno scorso ce la siamo vista brutta. Non ricordo esattamente il soggetto del sogno diurno, sebbene in genere sia sempre più o meno lo stesso, forse c’entrava qualcosa una visita a dei cugini che avevano scommesso sul mio fallimento professionale e si dovevano ricredere, sta di fatto che a un certo punto sbuca da dietro un pilone della tangenziale una deficiente con un rottweiler. Mi era già capitato di incrociarli in altre zone del quartiere, e ogni volta mi ero allontanato in fretta perché l’avevo vista in difficoltà a trattenere col guinzaglio quella bestia. Era evidente che il rottweiler odiasse Tito. Appena lo scorgeva dava in escandescenze, il classico odio fra maschi attivi. E mi era altrettanto chiaro che quel cane prima o poi sarebbe scappato alla deficiente, tant’è che avevo pensato che solo con un bel calcio nei coglioni avrei avuto qualche speranza di salvare Tito, se fosse stato aggredito.

   Insomma, quella domenica come prevedevo le scappò di mano. Aveva visto il mio e stava abbaiando come un ossesso. Io avevo fatto subito dietrofront trascinando Tito quando udii le urla della demente, mi voltai e vidi la bestia galoppare verso di noi. Diedi un’occhiata in giro ma non c’era soluzione, lo scontro sarebbe stato inevitabile. Provai a urlare e dimenarmi nella vana speranza di spaventarlo, fortuna volle che al momento del contatto Tito gli si avventò alla gola, non mollando la presa e impedendogli di morderlo. Io riuscii ad agganciare il rottweiler per il collare rimediando un morso profondo sull’avambraccio, finché sopraggiunsero dei passanti a dividere i cani e calmarmi, perché nel frattempo mi ero messo a insultare la proprietaria della bestia minacciando di denunciarla. I passanti intervenuti erano il giovane proprietario di un labrador femmina, amica di gioco di entrambi i contendenti, e una bella donna sulla quarantina, alta e coi capelli biondi, che mi aveva soccorso presentandosi come una farmacista. Io a quel punto stavo seduto dolorante sul marciapiede, mi ero slogato la caviglia e ribattevo alla stronza che farfugliava delle scuse e sosteneva di essere assicurata; aggiungendo però che il mio cane era “cattivo”, quindi in parte responsabile della rissa perché aveva provocato il suo abbaiando per primo; ma nei miei pensieri c’era solo la bionda crocerossina che mi controllava il braccio tenendolo con dolcezza. Non so da quanto tempo nessuna donna si era più presa cura di me. Aveva un tocco che mi fece venire la pelle d’oca. Mentre mi accompagnava alla fontanella a disinfettare la ferita pensai a come ricontattarla, e le chiesi se era disposta a testimoniare nel caso volessi sporgere denuncia. Annuì e scrisse il proprio nome e il numero di cellulare su un foglietto che prese dalla borsa. Si chiamava Laura. Mi presentai anch’io e ci salutammo. Tornai a casa zoppicando e col sorriso, e Tito mi festeggiò più del solito in ascensore, sembrava fiero della sua impresa. Ci era andata bene. Un grande spavento ma senza conseguenze. Tito era illeso, anzi miracolosamente gliele aveva pure date al bestione. Forse è vero che ha qualche ascendente pitbull. Anche nelle altre piccole risse che gli erano già capitate ne era sempre uscito vincitore. In quei casi furono più scaramucce che altro, con un cane della sua taglia e un altro più piccolo che liberi gli si erano avventati. Il modo con cui Tito aveva reagito dimostrava una vocazione innata allo scontro, tutte e tre le volte li aveva dominati mordendoli alla gola. In quanto a me, il buco sul braccio che m’ero beccato era superficiale, e la slogatura della caviglia mi passò rapidamente.

    Su Laura mi ragguagliò il padrone del labrador quando lo rividi martedì. La sua farmacia stava in via Pinturicchio, non lontano da casa mia. Era quella del padre, l’unica nei dintorni, dove ero andato diverse volte senza averla mai vista. Molto dedita al lavoro, l’unica sua distrazione era il tennis, che praticava con regolarità al circolo dell’aviazione. Il venerdì l’aveva vista al mercatino in tuta e scarpe da ginnastica, sola o con delle amiche. Di lei sapeva anche che era separata e senza figli.

   La notizia del tennis mi mise di buon umore, avevamo qualcosa in comune. Non giocavo da un’eternità ma l’impostazione era rimasta, da ragazzo avevo fatto un po’ di agonistica ottenendo discreti risultati, finché avevo smesso con la maggiore età. Il problema da risolvere ora era come agganciarla col tennis, in fondo eravamo due estranei. Potevo mica chiamarla al cellulare invitandola a fare una partita. Ripresi a tradurre le lettere di Cortázar cercando ispirazione ma non mi venne in mente nulla, l’argentino era timido, parlava poco dei propri sentimenti. Da buon fatalista, quando finì il Ventolin pensai che era giunto il momento. All’ora di pranzo indossai una tuta e presi a tracolla la borsa con le racchette. Lì per lì mi sarei inventato qualcosa; sperando di incontrarla, ovviamente.

   Al bancone trovai un vecchio piccolo e rinsecchito e una commessa. Se il padre era quello sgorbio Laura doveva tutto alla madre, a parte il lavoro. Stavo già rassegnandomi a un buco nell’acqua quando la vidi affacciarsi dal retro con un camice bianco, gli occhi bassi e in mano una confezione di Imodium per una cliente. Era ancora più bella e luminosa dell’altra volta, si muoveva con grazia anche lì dentro. Arrivata al registratore di cassa alzò lo sguardo e mi riconobbe, sembrava contenta di rivedermi: “Buongiorno Carlo, che sorpresa! Come va il braccio?” Si ricordava il mio nome. “Tutto a posto, grazie Laura. Un bello spavento e basta, fortunatamente.” Batté lo scontrino continuando a parlarmi: “Quindi niente denuncia?” “No, lascio perdere. Spero che gli metta almeno la museruola, in futuro”. Tranne il padre, dall’aria scocciata, la commessa e i clienti sembravano curiosi dell’accaduto, così lei spiegò sommariamente la cosa. La signora dell’Imodium commentò che quei cani sono pericolosi, basta un niente e si finisce nella cronaca nera.  Poi prese il suo pacchetto e lo scontrino e uscì. A quel punto ero io il cliente di Laura, però stava entrando altra gente in negozio e avevo l’impressione che al padre dessero fastidio quelle chiacchiere sul luogo di lavoro, così ordinai il Ventolin. Lei mi chiese la ricetta e risposi che non l’avevo, ma che era una medicina che prendevo da tutta la vita. “A cosa sei allergico?” “Al pelo di cani e gatti”. “Proprio tu che hai un cane?” Il padre e i clienti iniziavano a dare segni di insofferenza, ma Laura non sembrava farci caso. “Era il cane di mia madre, quando lei è venuta a mancare ho deciso di tenerlo.” Accennò un sorriso di approvazione. “Ora vado, ti ho disturbato abbastanza e mi aspettano per giocare”. “Anch’io gioco”, disse guardando la mia sacca delle racchette, “al circolo dell’aviazione. Tu dove?” “Io al CSI, ma son parecchio arrugginito”. Un cliente si fece sotto porgendole l’impegnativa del medico della mutua. Ne approfittai per congedarmi. “Allora ciao Laura, a presto.” “Ciao Carlo, buona partita”.

   M’incamminai contento verso casa sotto una pioggerellina fitta. Di concreto non avevo combinato niente, però il tono era stato cordiale, ed io sperai che l’esca dell’ “a presto” avesse funzionato, che nei giorni a venire si aspettasse una mia chiamata. Telefonai a Enrico, un mio amico della maturità che a tennis se la cavava, e gli chiesi se era disponibile a fare un doppio misto la domenica successiva con sua moglie contro me e una mia amica. Mi chiese di Laura e gli spiegai tutto. Era sorpreso della mia intraprendenza, non mi vedeva in compagnia di una donna da anni. Così sabato chiamai Laura e la invitai a giocare per l’indomani a mezzogiorno. Forse la rassicurò la compagnia del doppio misto, sta di fatto che accettò subito.

   La partita andò bene. Faceva un freddo becco e giocammo nel campo coperto. Laura si presentò tutta griffata con un gonnellino della Fila e un maglione a V, mentre io con la tuta da casa sembravo un barbone, però rimase colpita dal mio stile e trovò simpatici Enrico e sua moglie, che battibeccavano su ogni punto perso. Lei era elegante nei movimenti ma un po’ legnosa, in certi momenti mi ricordava Chris Evert, il suo modo non aggressivo, quasi aristocratico di colpire la palla. Da fuori sembravamo due coppie affiatate che s’incontravano per l’ennesimo match. Io e Laura vincemmo senza grandi sforzi, e al bar, sorseggiando una coca, rimanemmo d’accordo di bissare al più presto.

   A tennis invece non giocammo più. Ci rivedemmo diverse volte ma sempre con altri pretesti. Il cinema e una pizza, una mostra d’arte, un reading letterario. Non succedeva nulla, non un bacio, niente, eppure entrambi continuavamo a cercarci. Facevamo vita di coppia senza esserlo veramente, e in un’occasione arrivammo addirittura a litigare come se stessimo insieme da molto tempo. Io sentivo che c’era qualcosa di forzato nella nostra frequentazione, ma mi piaceva da morire quella sua alterità. Le rare volte che glielo dissi esplicitamente, seppur sotto forma di scherzo, lei sembrava lusingata. Una sera, andando a vedere un film con dei suoi amici, ero riuscito a imporre la mia scelta, una pellicola americana che loro non conoscevano e che aveva vinto il Tribeca Film Festival. Erano scettici, temevano una roba noiosa, e acconsentirono solo perché la volta precedente avevano scelto loro. Laura ci scherzò sopra, disse “bisogna aver pazienza, ha gusti strani”, allora commentai: “sì, è vero, infatti mi piaci tu”. Diventò rossa e inciampò su un marciapiede facendo ridere i suoi amici, ma mi parve che quella dichiarazione le avesse fatto piacere.

   Laura frequentava dei darwiniani di destra che parlavano in continuazione di soldi. Lei stessa a volte in auto, riportandola a casa, mi confidava di essere stanca di quella compagnia, ma allo stesso tempo sembrava incapace di distaccarsene. Nel bene e nel male quello era il suo mondo da quando era bambina, dalle scuole private alle “vacanze esclusive”, e io probabilmente ai suoi occhi rappresentavo un’anomalia curiosa, una distrazione interessante, non molto di più.

   Presa da sola era un amore. Quando m’invitò a casa sua a cena pensai che era fatta, che saremmo finiti a letto, invece anche quella notte dormimmo separati. Viveva in un grande appartamento vicino al parco, su due piani, con cose di gusto e nessuna ostentazione. Tutto era pulito e ordinatissimo. Mi preparò una cenetta deliziosa, aveva la passione della cucina e ci sapeva fare tra i fornelli. Poi ci mettemmo sul divano a guardare la televisione e io le massaggiai la schiena. Laura per un po’ sembrò lasciarsi andare, ma finito il film mi accompagnò alla porta. La verità è che ero io che non andavo bene, troppo rigido e insicuro. Mi piaceva talmente tanto che in sua presenza perdevo ogni spontaneità, sempre col timore di fare la cosa sbagliata.

   Arrivò l’estate e lei era più bella del solito, l’abbronzatura le illuminava il viso. Una sera m’invitò con una coppia di suoi amici in centro a vedere una rappresentazione teatrale in cui si recitavano i brani più famosi dei film di Woody Allen. Loro tre ridevano di gusto, a me sembrava un’idiozia totale, un collage delle sue battute più scontate buono solo per chi lo conosceva appena. Finito lo spettacolo ci alzammo e loro commentarono entusiasti la serata, io invece non ce la feci a trattenermi e dissi che non capivo come poteva piacere una stronzata simile. Di ritorno in moto verso casa Laura era furiosa, mi urlava che ero stato offensivo perché il mio giudizio negativo non riguardava solo lo spettacolo, ma anche chi l’aveva apprezzato.

   A quel punto il nostro rapporto sembrava compromesso. Per diversi giorni non volle sentirmi, finché accettò di uscire la sera del suo compleanno. Era sabato. Mi misi in giacca e cravatta come sapevo che le piaceva. Lavai la macchina e prenotai al ristorante chic dell’ex bocciofila. Non so come ma riuscii a essere spigliato e a piacerle. Ci divertimmo, fu una bella serata. Le comprai delle rose da un cingalese, poi passeggiando sotto i portici colsi la sua disponibilità e la baciai di fronte alla libreria francese. Lei ricambiò con passione. Allora decisi di ripartire a razzo verso casa mia nel timore di perdere il momento magico, e finimmo subito a letto togliendoci reciprocamente i vestiti. Tito dovette sloggiare e protestò a lungo raschiando la porta, ma eravamo troppo presi per dargli retta. Aveva un corpo ancora più bello di quanto sospettassi, un culo e un seno così sodi da faticare a stringerli. Scopammo a lungo, soprattutto con lei sopra, e il suo viso non l’avevo mai visto così disteso e radioso. All’apice del piacere interrompevamo e fumavamo una sigaretta alla finestra, la notte era calda e con una luna piena enorme. Quando i suoi gemiti si facevano sentire troppo Tito abbaiava temendo chissà cosa. Ci arrendemmo al sonno solo con le prime luci dell’alba, nella mia camera che puzzava di sesso e di fumo.

   Verso mezzogiorno mi alzai per portare fuori Tito. Per lui era già tardissimo. Laura rimase a letto, era stanca. L’avvisai che andavo fuori col cane e che avrei preso delle brioche in pasticceria. Annuì nel dormiveglia e io uscii. Mi sentivo un re, quello sarebbe stato l’inizio di una bella storia.  Non feci il solito giro col cane, ma allungai un po’ per ricompensarlo del ritardo e della notte passata da solo in studio. Poi mi fermai in pasticceria. C’era un sacco di gente e presi un cabaret di paste. Infine mi fermai dal giornalaio per comprare i soliti inserti letterari della domenica.

   Al ritorno a casa ebbi uno choc, come un graffio sulla lavagna. Laura era sveglissima. Aveva spalancato la finestra e si era messa a pulire la camera. Disse che era piena di polvere e di acari. “Hai bisogno di una colf, non si può vivere in un porcile simile”. Tito le saltò addosso per farle le feste ma lei lo scacciò infastidita. Non amava i cani e non capiva perché ne tenessi uno, se ero allergico. Diceva che così l’asma mi si sarebbe cronicizzata. “Finirai con la bombola di ossigeno, altro che Ventolin.” Io ero ammutolito. Poi vidi il quadro di Salvatore Falci, intitolato “Luogo di culto”. L’avevo comprato dieci anni prima svenandomi. Era l’orgoglio della mia casa. Un’opera esposta alla Biennale di Venezia a fine anni 80. Apparentemente un semplice gioco di contrasti: su un pannello scuro erano attaccati un cubo rosso e scabro e sopra di questo un cristallo fumé rettangolare. Il cubo rosso era il calco di un pouf, il posto dove l’artista di Piombino si sedeva quando recitava le preghiere buddiste, e il cristallo fumé era il piano del tavolo su cui erano stati appoggiati dei vasi e la pergamena con il sutra del loto. Ma ora, le tracce di quegli oggetti sul cristallo fumé erano scomparse. Falci aveva fissato la polvere con uno spray, in modo da evidenziare, dove non c’era, la posizione degli oggetti; e Laura nella sua ossessione asettica le aveva appena cancellate con il vetril. Si vedevano chiaramente i segni circolari del panno.

   Non dissi niente. Le feci un caffè e mangiammo qualche pasticcino. Laura parlava dei cambiamenti che dovevo fare nella mia vita, progettava i nostri anni a venire, sembrava non essersi accorta di niente. Poi l’accompagnai a casa e quella fu l’ultima volta che la vidi.