Acquaterra
di Chiara Mezzalama

Un anziano signore si recò a Ravenna alla fine del mese di marzo. Indossava un impermeabile chiaro e nonostante le spalle ricurve sotto il peso degli anni, aveva un portamento distinto, un aspetto curato e dei capelli biancoargento che accompagnavano la forma della testa, lasciando la fronte scoperta alle tante rughe che segnavano il passare dei suoi giorni, inesorabili e lenti, non privi di interesse. Ogni mattina, pettinandosi i capelli, l’anziano signore ringraziava Dio di farlo ancora stare in piedi sulle sue gambe. Così aveva preso il treno, attraversando campagne verdeggianti e montagne antiche era sceso a Bologna e aveva preso un altro treno. Giunto a Ravenna si era diretto in albergo, un piccolo albergo pulito e senza pretese, aveva disfatto la valigia mettendo la biancheria in un cassetto, si era pulito le scarpe ed era uscito a passeggio. Ravenna gli sembrò fin da subito inoffensiva. L’unica cosa che poteva costituire una qualche forma di pericolo erano i ciclisti che sfrecciavano a gran velocità tra i pedoni, non li sentiva arrivare e più di una volta ebbe l’impressione di essere sfiorato, quasi che lo avessero evitato per un soffio. Per il resto tutto pareva ordinato, pulito, organizzato, come se ci fosse un governo dall’alto che tutto pensava e controllava, una mente che si era occupata di programmare lo sviluppo della città, dedicandosi alle esigenze di ognuno (la cosa lo colpì tanto più che proveniva da una situazione in cui il caos pareva governare su tutto, mettendosi di traverso rispetto alle esigenze delle persone più deboli, anziani e bambini soprattutto, e rendendo la vita non molto diversa da una quotidiana battaglia). Chissà, forse a lungo andare tutto quell’ordine, quella calma lo avrebbero annoiato, facendolo invecchiare più in fretta, rendendolo pigro, arrendevole. Era stato a Ravenna molti anni prima, quando ancora aveva una moglie e un figlio piccolo. La moglie era morta e il figlio… Non aveva sue notizie da molto tempo, forse non sarebbe nemmeno stato più in grado di riconoscerlo.
Si fermò in un caffé sulla piazza del Popolo. Alcuni bambini giravano intorno alle colonne, correndo dietro ai piccioni e ricorrendosi tra loro. Le mamme chiacchieravano, con la noncuranza di chi sa che non può succedere niente, forse qualcuno si sbuccerà un ginocchio, qualcuno farà il prepotente e tirerà dei calci, qualcun altro sarà strattonato e spinto ma alla fine del pomeriggio tutti torneranno a casa stanchi ed eccitati, faranno un bel bagno e si addormenteranno con la voce dolce di una favola o una ninna nanna. Dell’infanzia di suo figlio, l’anziano signore non ricordava quasi nulla. Lentamente, ma sempre più impetuosi, emergevano invece i ricordi della sua infanzia, i suoi genitori, le poesie imparate a scuola, la guerra, il sapore amaro della minestra, la legna che bruciava nel camino, il freddo degli inverni innevati. Tutto torna alla superficie, pensò, come questa città costruita sull’acqua che trasuda dalle sue fondamenta facendo marcire i palazzi, invadendo cripte e cantine, vanificando gli immani sforzi degli uomini per rimanere a galla. L’anziano signore si alzò e continuò la sua passeggiata in attesa dell’ora di cena. Passò davanti alla tomba di Dante ma gli parve ancora più brutta di come la ricordasse. Si soffermò un momento nel silenzio della chiesa di San Francesco poi tornò in albergo dove consumò una cena semplice ma gustosa, gli ingredienti dovevano essere stati scelti con cura. Come per sua abitudine, passò il resto della serata leggendo il giornale.

Un giovane architetto si recò nell’ufficio di piano di Ravenna. Il suo progetto per una parte della riqualificazione dell’area della darsena era stato scelto tra i vari in concorso e si avviava alla realizzazione. L’architetto lavorava in uno studio all’estero ma aveva sempre desiderato ricevere un incarico in quella città. Ne serbava un ricordo molto bello della sua infanzia, di un viaggio fatto con i suoi genitori, del quale aveva conservato l’incanto dell’oro dei mosaici, quasi una folgorazione, e la meraviglia per quelle terre acquose che la circondavano. Avrebbe dovuto essere lì con un collega che all’ultimo aveva avuto un impedimento, ma l’idea di essere solo non gli dispiaceva affatto, anzi avrebbe approfittato dell’occasione per fermarsi qualche giorno a riposare. Era arrivato in macchina sicché aveva deciso di alloggiare fuori città, in un piccolo albergo a Marina Romea, che affacciava sulla laguna. L’emozione che provò nell’entrare in città attraverso Porta Romana lo sorprese alquanto. Nonostante la sua giovane età, aveva una carriera costellata di successi, di grandi opere sognate, progettate e infine realizzate in molti luoghi del mondo. L’Italia solitamente non offriva queste possibilità, i progetti si arenavano in sabbie incomprensibili di burocrazie, faide e pusillanimità, mancanza di soldi e di lungimiranza. Eppure si sentiva contento di essere lì, quasi fosse incaricato di una misteriosa missione i cui fini erano a lui stesso sconosciuti.
Nell’ufficio fu accolto con tutti i riguardi, le sue idee furono ascoltate con attenzione e intelligenza, ebbe l’impressione di avere di fronte a sé delle persone competenti e in grado di esercitare un reale governo della città e del suo territorio, un fatto abbastanza sorprendente trattandosi dell’Italia. Quando uscì dall’ufficio era già tramonto e si sentiva stanco. Decise di tornare subito all’albergo, l’indomani lo aspettava una giornata faticosa di sopralluoghi. Il cielo vagamente coperto di foschia aveva una profondità perlacea, l’aria era impregnata di umidità e dell’impressione di una primavera che non avrebbe tardato. La strada che conduceva al mare costeggiava la zona industriale. Enormi fabbriche illuminate nell’imbrunire, ciminiere che fumavano vapori bianchi e grigi, improvvisi odori intensi di catrame, carbone, un’idea di futuro, di produttività ma anche i ricordi scheletriti del petrolchimico, di un’epoca in cui il paese aspettava grandi cose da se stesso. Le immagini di Deserto rosso non potevano tardare ad arrivare, l’espressione smarrita e feroce di Monica Vitti, assoluta bellezza. Non restava di tutto questo che un ricordo vago lungo il fronte destro della strada e le statistiche in continuo aumento delle morti bianche, operai impegnati notte e giorno nel ciclo produttivo, senza sosta né tregua; abbandonato il sogno si rischiava la pelle, si contavano i feriti e i morti.
Poi l’architetto si voltò dall’altra parte, lungo i canali dove gli ultimi bagliori del giorno parevano essere risucchiati dalle acque tranquille e immobili. E lungo i canali, immobili anch’essi, i capanni di pesca con le reti alzate, i lunghi bastoni come dita rivolte verso l’alto, mute promesse di spensierate domeniche, brace, vino, raduni familiari fuori dalle fabbriche, dentro la natura, tra l’acqua e il cielo. L’accostarsi di due mondi così diversi, separati soltanto da una striscia di asfalto. Scendendo dalla macchina respirò a pieni polmoni, mare e pineta, fece due passi finché la notte non scese definitivamente, mettendo a tacere gli uccelli. Cenò in albergo, in una stanza grande e triste, da pensione per anziani fuori stagione, con le tovaglie color maionese e le sedie di legno scuro. La cena era buona, mangiò dei cappelletti in brodo, una trota alle noci con contorno di patate. La cameriera doveva essere una ragazza dell’est, quasi senza accento, con la ricrescita sotto il biondo ossigenato dei capelli; la sua gentilezza estrema lasciava intuire altre possibili proposte. Il giovane architetto andò a dormire, ma a dispetto della sua grande stanchezza, non riuscì a prendere sonno. Dovette leggere vari capitoli di un giallo prima di addormentarsi. Sognò sua madre che portava una corona d’oro e pietre preziose e dei lunghi orecchini che le scendevano fin sulle spalle. Lui si inginocchiava ai suoi piedi ma lei non lo degnava di uno sguardo. Aveva lo sguardo vuoto. Si accorse con orrore che non aveva più le pupille.

Si alzò di buon mattino, la finestra della stanza si affacciava su una piccola piazza del centro storico, nell’aria c’era odore di pane e di pulito. Scese a fare colazione poi tornò nella sua stanza per la toilette; lavarsi, radersi, vestirsi, gesti meticolosi e rassicuranti che l’anziano signore compieva da anni, sempre uguali. Quando fu pronto erano quasi le dieci, comprò il giornale e si diresse a San Vitale. Voleva entrare prima dell’arrivo delle masse dei turisti. La chiesa era semideserta. Poté sedersi e approfittare del silenzio. Osservare, di nuovo stupirsi come la prima volta che aveva visto quei mosaici. Le sfumature dei colori, i dettagli delle decorazioni, i fiori, gli uccelli, giardini di pietra che si dipanavano sulle volte raccontando una storia. La storia di un mondo in frantumi, che cercava disperatamente di raccogliere i pezzi di un glorioso passato, gli invasori alle porte. Si domandò se il mosaico non fosse un ultimo, disperato e geniale tentativo di far tenere insieme le cose sotto la spinta della disgregazione, costruire un’immagine intera solo con dei frammenti giustapposti. Non molto diverso dal nostro tempo, pensò, ma chi si cura oggi di rimettere le cose al loro posto? Chi ne avrebbe la pazienza? Si spostò nel mausoleo di Galla Placidia, già sentendo il brusio degli scomposti visitatori, il cui raffronto con le orde barbariche era già un fatto acclarato e ormai banale. Guardando il volto dell’Imperatrice, i suoi orecchini lunghi che formavano un tutt’uno con la corona, si ricordò dello stupore di suo figlio quando erano entrati lì dentro molti anni prima. Il piccolo era rimasto immobile a guardarla, quasi ipnotizzato, poi si era girato verso di lui e gli aveva chiesto “ma l’oro è tutto vero?” poi riflettendoci su aveva detto, “ma i ladri non sono mai venuti a rubarlo in tutti questi mille anni?”. Questa sua osservazione lo aveva condotto a riflettere sul fatto che l’infanzia fosse una condizione estrema, l’oro era tutto il prezioso del mondo, i mille anni erano tutto il tempo possibile, l’arte era l’unica cosa che poteva sopravvivere, perché era essa stessa il riflesso di una condizione esistenziale estrema, piena di “ma” e di dubbio. Lo sguardo rapito di Klimt non doveva essere stato molto diverso da quello del suo bambino. L’anziano signore fu preso da una commozione profonda che si tramutò immediatamente in odio per la massa di gente che stava entrando il quel luogo per lui sacro e che non pensava ad altro che a fare fotografie scadenti con degli odiosi telefonini i cui flash baluginavano ovunque, senza il minimo rispetto per i divieti. Avrebbe voluto gridare – METTETEVI A GUARDARE. APRITE GLI OCCHI. STATE ROVINANDO TUTTO -. Ma a cosa sarebbe servito?

Uscì prima di farsi travolgere da un fitto gruppo di tedeschi. L’aria fresca del mattino lo rassicurò un poco ma per il resto della mattina gli pesò addosso un senso di oppressione che gli impedì di proseguire nel suo programma di visite e gli fece decidere che non sarebbe andato all’inaugurazione della mostra, vero scopo del suo viaggio. L’idea di incontrare un’altra folla, sebbene certamente più selezionata, gli parve insostenibile. Si trovò a passeggiare in un parco dove un gruppo di bambini faceva ginnastica. Tutti in fila parevano così seri nell’eseguire gli esercizi proposti dal maestro. Ogni tanto qualcuno si distraeva, mettendosi a guardare un compagno, o un cane che passava di lì, o semplicemente le foglie di un albero e così si ritrovava improvvisamente solo a compiere gesti scoordinati e goffi, a creare un disordine. Quanto ne aveva fatto il figlio nella sua vita. Continuò a vagare nella città senza una meta. Tutto ciò che gli sembrava abitualmente chiaro e sicuro si faceva a mano a mano più indistinto e confuso. Che fine aveva fatto la sua Gefühlslinie, la linea dell’emozione? Cosa avevano trovato i pittori in quella città che lui non riusciva più a trovare? C’era qualcosa che lo disturbava. Senza nemmeno preoccuparsi di mangiare tornò in albergo con l’intenzione di rifare il bagaglio e partire al più presto, abbandonando quei luoghi.
Nella hall dell’albergo la sua attenzione fu colpita da una ragazza con un maglione verde acceso che sfogliava un catalogo, sembrava così assorta. L’anziano signore capì subito che si trattava del catalogo della mostra. La ragazza aveva un viso particolare, asimmetrico. L’anziano signore si mosse leggermente di lato a lei per sbirciare da quale immagine la ragazza fosse così attratta. Avvicinandosi notò che aveva gli occhi lucidi, quasi fosse sul punto di piangere. Guardava Beethoven, la bambina vestita di bianco con affianco un cagnolino. “Biennale del 1928” disse, “ottima scelta, piace molto anche a me”. Subito si pentì della sua esternazione, la ragazza non aveva sicuramente voglia di essere importunata da un vecchio che doveva per forza mostrare la sua erudizione. Lei alzò gli occhi e ci impiegò un poco a metterlo a fuoco, come se tornasse da qualche luogo lontano, ma poi gli rispose. “Il mio preferito è Scodelle, un quadro del 1919, non so perché mi piace così tanto, credo mi ricordi le colazioni fatte da mia nonna quando ero piccola”. La ragazza sorrise, il suo viso ritrovò un’armonia che non possedeva quando era seria. L’anziano signore si presentò. “Posso domandarle una cortesia, non mi fraintenda, ero sul punto di partire ma adesso avrei voglia di vedere la mostra, le dispiacerebbe accompagnarmi?”
“Sono appena stata all’inaugurazione” rispose lei, incerta se accettare o no l’invito, “Io posso aspettare fino a domani, così lei avrà tempo di maturare il desiderio di rivederla e non ci sarà tutta la folla mondana e fastidiosa del vernissage. Le racconterò delle storie che lei non conosce. Vede, molti dei quadri che lei ha potuto ammirare mi appartengono”.
“D’accordo” disse infine la ragazza.
“Bene. Gliene sono grato più di quanto lei non possa immaginare. La prego soltanto di non considerarmi un vecchio seduttore fuori stagione”. La ragazza si alzò e uscendo dalla hall lo salutò con un rapido gesto della mano, “a domani”. L’anziano signore tornò nella sua stanza. Quando fu l’ora di cena scese al ristorante e mangiò una cena frugale. Come per sua abitudine, passò il resto della serata leggendo il giornale.

Il giovane architetto si affacciò alla finestra dell’albergo. Di fronte a lui la calma serena della Pialassa Baiona, una distesa lagunare dalla quale spuntavano ciuffi di vegetazione e su cui scivolavano silenziosamente, lasciandosi dietro solo una leggera scia, delle papere. In aria volavano delle garzette dal lungo collo bianco. Le immagini notturne si dissiparono velocemente. L’uomo fece una colazione abbondante e si mise in macchina. Di giorno gli impianti e le fabbriche perdevano ogni fascino. Aveva appuntamento al ponte della Darsena con l’Assessore e alcuni architetti. Si trattava di un’area molto grande in totale disfacimento nella quale doveva crescere il nuovo asse di sviluppo della città. Osservò con rammarico che nemmeno Ravenna, sebbene così curata, sfuggiva alle leggi della mediocrità; i nuovi quartieri periferici erano tutti fatti di piccole villette colorate con i tetti a punta, costruite su modelli standardizzati che denotavano una mancanza totale di cultura e di creatività. Nessuna architettura, nessun pensiero originale. Come avrebbe fatto a inserirsi in un simile contesto? Forse l’intera operazione andava considerata come una sfida e ci sarebbe stato sicuramente molto da combattere per vincerla.
Camminarono a lungo sulle rive del canale, attraverso terreni semi deserti, capannoni in disuso con le coperture di amianto, materiali ammassati…sembrava che tutto fosse stato abbandonato all’improvviso, come dopo una catastrofe. Era davvero possibile reinventarsi un’identità? Talvolta si sentiva sopraffatto dal pensiero del caos, mutazioni troppo rapide e repentine costringevano gli uomini a rinserrarsi nelle loro anguste certezze; per quello forse erano contenti di abitare in case così anonime, così prive di inventiva, muri colorati, tetti spioventi, giardino, garage e tavernetta. E lui, che tipo di modernità andava cercando? Tutta quell’acqua lì intorno rendeva la terra instabile, il cielo troppo vicino.
Venne l’ora del pranzo, ma lui non aveva fame. Succedeva così: quando la mente si riempiva di pensieri, gli si chiudeva lo stomaco. Inventò una scusa e declinò educatamente l’invito. Tornò in città con l’intenzione di fare due passi in centro. Mentre camminava, si fermò davanti al Museo d’Arte della Città, colpito dal titolo di una mostra, Felice Casorati, Dipingere il silenzio. Sull’insegna era raffigurata l’immagine di una donna in preghiera con il capo chino, in ginocchio tra le pieghe di un manto sontuoso, e circondata da una collina in fiore. Qualcosa lo spinse a entrare, il nome del pittore gli risuonava benché non sapesse dire come e perché. Le sale erano semideserte, i custodi si aggiravano distratti, silenziosi, sicché lui poteva muoversi liberamente, guardare i quadri dalla giusta distanza, goderseli come fossero esposti solo per lui. Questo creò una sorta di intimità e più li guardava, più i quadri assumevano caratteristiche familiari, come se raccontassero una storia già nota. All’inizio pensò che si trattasse della loro bellezza, ogni tela sembrava serbare in sé un equilibrio perfetto, ma lentamente si accorse, e sempre più si convinse, che c’era qualcosa di conosciuto in quei ritratti, volti di donne misteriose e belle con lo sguardo rivolto altrove, oppure oggetti di uso quotidiano che rimandavano a simboli misteriosi. I quadri erano carichi di silenzio, di un tempo immobile, avvitato su se stesso, come il tempo dell’infanzia o della bellezza e lui conosceva bene quell’atmosfera.
Si fermò a lungo in una sala dedicata alla natura morta.  Tra queste c’era un piccolo quadro, Cestino di frutta, una mela, un fico d’india e un altro frutto in una scodella nera poggiata su una grande foglia verde e carnosa. Il quadro gli trasmise un senso di angoscia a dispetto della sua apparente immobilità, e lui non era in grado di spiegarsi il perché di quell’emozione negativa, la sua mente era confusa, incapace di ricordare, come quando si cerca una parola che si sa di sapere ma che non viene in mente. Pensò alla sua infanzia, pochi e vaghi ricordi soffocati, e con un senso di frustrazione crescente continuò a visitare la mostra. Ora però il suo sguardo era rivolto all’interno, come dovesse cercare qualcosa dentro di sé che i quadri potevano solo evocare senza fornire alcuna risposta. Li guardava distrattamente quasi rimproverando loro di aver toccato un nervo scoperto che gli faceva male. Si fermò davanti al ritratto di Piero Gobetti; riconoscere un volto noto lo fece come scuotere dal torpore. Tornò sui suoi passi.
Quella natura morta, adesso ricordava, si trovava sulla parete sinistra accanto alla scrivania di suo padre. Quante volte lo aveva visto quando era bambino? La sera, la luce gialla di una vecchia abat-jour lo illuminava flebilmente. Lui si avvicinava timidamente per il bacio della buona notte. Il padre era chino sulle sue carte e scriveva. Alzava appena lo sguardo e gli accarezzava la testa. Era quello il momento più atteso della giornata perché ogni volta il piccolo sperava che gli fosse rivolta qualche domanda, che arrivasse una parola di conforto, di riconoscimento, un segno che attestasse la sua esistenza. Nell’incertezza carica di speranza e di timore rimaneva in piedi dietro la scrivania, annusando l’odore buono di carta e cuoio di suo padre, un odore da uomo. Nella penombra di quell’aspettare, la foglia carnosa dipinta nel quadro diventava una grande mano verde e mostruosa, il cui ricordo lo avrebbe accompagnato fin dentro il profondo del sonno per strozzarlo. L’atroce lotta tra il desiderio di rimanere e il terrore di essere afferrato da quella mano si risolveva quando il padre, avvertendo una presenza alle spalle, si girava verso di lui e, accarezzandogli la testa, lo invitava ad andare a letto, ricordandosi di dire le preghiere, poi tornava alle sue occupazioni.
Il giovane uomo fu preso da una sorta di panico, ripercorrendo le sale riconobbe tutti i quadri appesi alle pareti dell’enorme salone della casa dei suoi genitori al quale lui non aveva accesso, se non in occasioni speciali, ma il cui ricordo era rimasto impigliato nella sua memoria, come quelle uova in bilico su un piano inclinato che parevano sul punto di cadere o la schiena nuda e conturbante di una donna che assomigliava a uno strumento musicale o il fitto intreccio di piante che raccontava tutto il verde del mondo. Forme e colori che avevano costruito il suo immaginario e dei quali, fino a quel momento, non sapeva di serbare un ricordo così accurato, un ricordo fatto di dettagli e di tutto ciò che i dettagli avevano suscitato nella sua mente di bambino. Si domandò persino se la scelta del suo mestiere non fosse derivata dalla consuetudine con quelle architetture pittoriche, con l’attenzione per la forma, le proporzioni, e tutto ciò che contribuiva a fare di un quadro un intero universo: di ogni oggetto un simbolo, di una donna la rappresentazione di tutte le donne e improvvisamente questo universo si era dischiuso davanti ai suoi occhi. Dovette sedersi un momento per riprendere fiato perché non era più in grado di proseguire.